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MERCATI FINANZIARI N.330

Il “freno” dell’Opec+ e la liquidità delle Banche Centrali guidano gli investitori globali

Gli andamenti del mercato energetico rafforzano le prospettive economiche della Repubblica Federale Russa e alimentano ingenti flussi di investimento dall’estero – Per esempio nel terzo trimestre 2021, l’Hedge Fund con sede a Londra, Carrhae Capital, ha spostato alcuni investimenti dai titoli tecnologici cinesi alle società energetiche russe – Attualmente la Federazione Russa possiede le quinte maggiori riserve estere al mondo.

li andamenti più recenti indicano un assestamento su livelli elevati dei flussi di investimento internazionale verso la Repubblica Federale Russa. Ciò riflette aspettative di una stabilizzazione dei prezzi dell’energia più alti che nel periodo pre-pandemico, a fronte di una conferma di aumenti controllati dell’offerta da parte dell’Opec+. Le condizioni macroeconomiche della Russia traggono un generalizzato beneficio da questa situazione, soprattutto con riferimento alle quotazioni del rublo, all’aumento delle riserve di valuta estera e al contenimento del debito pubblico. Possibili fattori di instabilità possono però derivare dalle incertezze sull’evolversi della situazione geo-politica.
L’economia russa e l’aumento dei prezzi dell’energia
L’aumento dei prezzi dell’energia in atto dall’inizio del 2021 ha portato rilevanti investitori globali a rivolgere la propria attenzione nei confronti dei paesi esportatori di materie prime – in primis, la Federazione Russa – così come delle principali major energetiche europee – Bp, Eni, Shell, Total ed Equinor – il cui cash flow si prevede possa raggiungere i 66 miliardi di dollari nel 2022 secondo Morgan Stanley, nonché statunitensi – ExxonMobil, Chevron, ConocoPhillips, EOG Resources, Schlumberger (+14,3% a settembre ) – mentre l’Energy Select Sector S&P 500 ha segnato +11,4% a settembre, +9,6 a ottobre e -3,6% a novembre, per un complessivo +63,7% dall’inizio dell’anno.
Nel terzo trimestre 2021, l’Hedge Fund con sede a Londra, Carrhae Capital, ha spostato alcuni investimenti dai titoli tecnologici cinesi alle società energetiche russe, mentre Wells Fargo Asset Management ha trasferito parte dei propri fondi dalla Cina alla Russia, secondo quanto riportato da Bloomberg. La stessa JP Morgan Chase ha rafforzato la propria presenza nel Russian Depositary Index, in conseguenza dell’attuale quadro rialzista presente nel settore delle energy commodity: “L’aumento dei prezzi del petrolio determinerà utili e dividendi più elevati nei titoli energetici, che rappresentano il 59% dell’indice, e un rublo più forte che a sua volta spingerà i titoli nazionali, un altro 25% dell’indice”, ha dichiarato l’analista finanziario Davide Silvestrini. Nel corso della settimana terminata il 22 ottobre, l’afflusso netto ai fondi che investono in attività e obbligazioni russe è quadruplicato secondo BCS Global Markets che ha precisato: “Le azioni e le obbligazioni russe per la settimana hanno mostrato afflussi netti di 130 milioni di dollari contro afflussi di 30 milioni di dollari nella settimana precedente”.
Un’apparente e comunque limitata inversione di tendenza si è osservata a novembre, quando, “I timori geopolitici [Ucraina e Nord Stream II] hanno spinto gli investitori lontano dai fondi russi a un ritmo mai visto da metà marzo 2020, mentre l’ondata di Covid nell’area ha determinato una tempesta perfetta per azioni, obbligazioni e altri asset finanziari russi”, ha affermato BCS Global Markets. Secondo il CER-Centro Europa Ricerche, dal momento che i prezzi dell’energia si prevedono alti negli imminenti mesi invernali, tale deflusso avrebbe tuttavia carattere temporaneo, potendosi eventualmente intensificare per tensioni di tipo politico più che di mercato.
Il quadro macroeconomico russo
La Banca Mondiale stima che il Prodotto interno lordo (Pil) della Federazione Russa crescerà del 4,3% nel 2021.
L’aumento dei prezzi di petrolio, gas naturale e carbone in atto dall’inizio del 2021 ha determinato un forte apprezzamento del rublo nei confronti dell’euro e del dollaro.
A settembre, la valuta russa è stata l’unica tra le economie emergenti ad apprezzarsi rispetto al “biglietto verde”, mentre le transazioni in rubli – particolarmente legate alle dinamiche di prezzo del barile – sono aumentate del 30% su base annua, secondo i dati della Russian Standard Bank.
Il 26 ottobre, il rublo scambiava 80,66 verso l’euro, il massimo dal 13 luglio 2020, e 69,54 verso il dollaro, il massimo dal 25 giugno 2020.
Il deprezzamento della valuta russa verificatosi nella seconda metà di novembre, che in parte è già stato assorbito nella prima parte di dicembre, è riconducibile all’improvviso calo del prezzo del barile, a sua volta dovuto alle preoccupazioni concernenti la diffusione della nuova variante del virus Covid-19, Omicron.
Al 3 dicembre, le maggiori entrate derivanti dalla rendita mineraria hanno spinto le riserve estere della Russia oltre i 622,8 miliardi di dollari (l’11 ottobre, un barile esportato valeva la cifra record di 6.000 rubli di Brent North Sea), dopo che esse avevano toccato il record di 623,2 miliardi di dollari il 29 ottobre (+7,5% circa dall’inizio del 2021). Attualmente, la Federazione Russa possiede le quinte maggiori riserve estere al mondo
In realtà, il valore di queste ultime è costantemente aumentato dal 4 gennaio 2019 (al tempo, 468,5 miliardi di dollari) ad oggi, nonostante il crollo dei prezzi delle fossili registrato nella primavera del 2020. Al 30 settembre, il tasso di indebitamento (Debito/Pil) del paese si manteneva particolarmente basso, sotto il 18% nel 2021, la stima indicata dalla Banca Centrale della Federazione Russa (Grafico 3). Più precisamente, al 1° ottobre, il Debito Pubblico del paese ammontava a 489,2 miliardi di dollari, in aumento del +4,7% dall’inizio del 2021, quasi interamente dovuto all’acquisto di Diritti Speciali di Prelievo per 17,5 miliardi di dollari su un incremento complessivo di 21,9 miliardi di dollari. Trattasi di una “goccia nell’Oceano” rispetto al Debito Pubblico mondiale di 88 trilioni di dollari nel 2020, il 100% circa del Pil globale, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale (al lordo dell’indebitamento non finanziario privato, il rapporto Debito/Pil globale sale al 226%).
Dopo avere aumentato il tasso di rifinanziamento principale di 25 punti base il 10 settembre, la Banca Centrale della Federazione Russa ha ulteriormente rafforzato la propria politica monetaria restrittiva, portando il saggio al 7,50% (+75 punti base) il 22 ottobre, al fine di diminuire il tasso di inflazione dal 7,4-7,9% previsto nel 2021 (8,4% a novembre), al 4-4,5% stimato nel 2022.
Dall’inizio del 2021, la parte Corrente della Bilancia dei Pagamenti della Federazione Russa continua a crescere a livelli record.
Secondo le statistiche preliminari della Banca Centrale, nel periodo gennaio-novembre, le Partite Correnti hanno raggiunto il record di 111,4 miliardi di dollari, trainate dalla Bilancia Commerciale che ha toccato 162,8 miliardi di dollari (+79,9 miliardi di dollari anno su anno).
In conformità con le previsioni del Russian Export Center, divulgate dal suo CEO, Veronika Nikishina, a margine dell’Eurasian Women’s Forum di San Pietroburgo, il 13-15 ottobre, entro la fine del 2021, le esportazioni russe che non si fondano su risorse minerarie, energia ed oro raggiungeranno la cifra record di 180 miliardi di dollari:
“Per i primi 9 mesi del 2021, le esportazioni non energetiche e non legate alle risorse [minerarie] ammontavano a circa 135 miliardi di dollari, il che significa un aumento di quasi il 40% rispetto al 2020”, ha dichiarato Nikishina.
La politica dell’Opec+
Il 4 ottobre, nonostante le forti pressioni Usa all’Opec, reo di dovere “fare di più per supportare la ripresa”, gli obiettivi di produzione petrolifera sono rimasti invariati, con un aumento a 400.000 b/g per novembre. Premesso che l’output di greggio statunitense è previsto crescere in maniera modesta nel 2022-21 (+700.000 b/g, per complessivi 11.700.000 b/g secondo la U.S. Energy Information Administration, ben al di sotto dei 13.100.000 b/g estratti a febbraio 2020 ), la scelta dell’Opec plus ha favorito il rally del petrolio, con conseguente incremento delle entrate valutarie per tutti i paesi produttori e l’afflusso di investimenti verso le rispettive Borse.
Il 4 novembre, l’Opec plus ha deciso di proseguire anche a dicembre il cauto incremento del proprio output (+400.000 b/g), nonostante le ulteriori richieste provenienti della Casa Bianca per un aumento più marcato. Il 2 dicembre invece, nonostante il forte calo dei prezzi del barile frattanto intervenuto per cause riconducibili al fisiologico assestamento del ciclo di crescita internazionale, alla scelta dei paesi produttori di stabilizzare il mercato ed ai timori legati alla variante Omicron, l’Opec plus ha deciso di non modificare il proprio programma, riducendo ulteriormente i tagli produttivi per 400.000 b/g a gennaio 2022 come da programma. Non certo un problema per l’economia della Federazione Russa, il cui break-even price (punto di Pareggio fiscale) è attorno ai 42 $/b.

a cura di Demostenes Floros
Senior Energy Economist del CER - Centro Europa Ricerche, responsabile dei mensili Rubrica del Mercato Petrolifero e Geopolitica dell'Energia

Rapporto sulla Transizione Energetica per l'Associazione “Conoscere Eurasia”:
https://www.centroeuroparicerche.it/transizione-energetica/

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