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MERCATI FINANZIARI N.306

Il rublo tiene duro. Malgrado l’allarmismo degli analisti occidentali.

La cosiddetta “croce della morte”, predetta per il rublo dai finanzieri olandesi non spaventa la divisa russa – S’indebolisce di anno in anno la dipendenza del corso del rublo dai prezzi di petrolio sui mercati internazionali – Anche i banchieri svizzeri smentiscono il giudizio dei colleghi olandesi: gli analisti della banca svizzera UBS hanno definito la valuta russa “molto interessante per gli investimenti”.


li analisti finanziari russi hanno negato le dichiarazioni dei colleghi occidentali sul fatto che il rublo russo sarà messo a dura prova. La ragione risiederebbe nella cosiddetta “croce della morte”, che gli analisti della banca olandese Rabobank hanno registrato durante un’analisi tecnica della coppia “dollaro-rublo”.
Ora la valuta russa è in buona forma. Alcuni esperti ritengono che il rublo sia in qualche modo sopravvalutato, dato il recente calo dei prezzi del petrolio. Secondo gli analisti, un tasso ragionevole si collocherebbe a un livello di 65-66 rubli per dollaro.
Nelle ultime settimane, la valuta russa ha ripetutamente dimostrato di resistere agli shock esterni. Infatti, dopo aver subito la pressione delle nuove misure restrittive di Washington e a seguito di una riduzione delle quotazioni petrolifere alla fine di settembre, il rublo ha comunque resistito evitando il declino.
Ancora una volta si sono rivelati di aiuto i buoni indicatori economici fondamentali: bassa inflazione, eccellente bilancia dei pagamenti e ingenti riserve di valuta estera grazie alla legge di bilancio. Ciò è stato riconosciuto, in particolare, dagli analisti della banca svizzera UBS, che hanno definito la valuta russa “molto interessante per gli investimenti”.
Dal canto loro, dopo la dichiarazione di Rabobank, gli esperti russi hanno sottolineato che gli indicatori tecnici non possono essere esaustivamente informativi. Senza un’analisi dei fattori fondamentali, l’accuratezza delle previsioni è discutibile.
Se in un paio di mesi il dollaro costerà 67-68 rubli, il motivo non sarà attribuibile alla “croce della morte”, ma all’aumento della spesa di bilancio alla fine dell’anno. Una parte dei fondi spesi sarà inevitabilmente destinato allo scambio di valuta.
Per quanto riguarda una possibile svalutazione del rublo fino a 80 rubli per dollaro, si esclude che ciò accadrà, anche se le quotazioni del petrolio Brent dovessero scendere improvvisamente a 45 dollari al barile. La cosiddetta “legge di bilancio” ha notevolmente ridotto la dipendenza della valuta russa dal mercato del petrolio.
Gli analisti sottolineano che di per sé il rublo ha maggiori possibilità di rafforzarsi che di indebolirsi. Ciò è legato all’elevato rendimento reale degli attivi in rublo rispetto alle valute dei paesi sviluppati, al debito netto negativo del governo russo e al saldo positivo della bilancia dei pagamenti e del bilancio statale.
Ad esempio, Timur Nigmatullin, che gestisce gli investimenti della società “Otkrytie broker”, ha osservato che il tasso di cambio equo del rublo nel quarto trimestre potrebbe ammontare a 65 rubli per dollaro. Per via dell’influenza di notizie negative potrebbe esserci un calo a breve termine a 68 rubli per dollaro, ma poi, dall’inizio del 2020, le quotazioni torneranno al livello attuale.
Come hanno osservato gli analisti, con i prezzi del petrolio attuali, non ci sono motivi per preoccuparsi di un forte indebolimento della valuta russa. Anche un calo a 68 rubli per dollaro non equivarrebbe a un declino prolungato. Dopo tutto, gli speculatori non hanno ancora recuperato né dalla riduzione dei tassi da parte della Banca Centrale russa, né da un ulteriore allentamento della politica monetaria del Federal Reserve System. Il rublo potrebbe essere messo realmente a rischio solo da una situazione di panico nel mercato globale o da qualsiasi restrizione esterna significativa. Ma per ora ciò sembra improbabile.


 

Rosneft passa all’euro: la valuta di riferimento non è più il dollaro
Si accettano solo euro. La Russia ha compiuto un altro importante passo sul fronte della de-dollarizzazione, prendendo le distanze dal biglietto verde per mettersi il più possibile al riparo dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, presenti e future. E se finora lo ha fatto soprattutto per mano della Banca centrale russa, che nel 2018 ha ridotto le proprie riserve in dollari da circa la metà del totale al 22%, convertendole in yuan, euro o yen (oltre che in oro), il passaggio ad altre valute sta lentamente progredendo anche negli scambi commerciali. E anche sui mercati del petrolio, tradizionalmente radicati sull’uso del dollaro.
Come ha scritto il 3 ottobre scorso l’agenzia Reuters: Rosneft, una delle principali compagnie petrolifere al mondo e primo esportatore russo, ha scelto l’euro come valuta di riferimento in tutti i nuovi contratti di export, a partire da settembre. Una svolta che riguarda greggio e derivati, prodotti petrolchimici, gas liquefatto. Reuters fa riferimento ai documenti per i tender (attraverso cui passa la maggior parte dell’export) pubblicati sul sito della compagnia russa. E in cui si chiede ai clienti di far riferimento al tasso di cambio euro/dollaro del giorno precedente al pagamento, dal momento che i prezzi del petrolio sono fissati in dollari.
Rosneft, controllata dallo Stato, non ha rilasciato commenti; ma una delle fonti citate da Reuters, trader in una compagnia che acquista regolarmente da Rosneft, ha confermato di avere avuto notifica del passaggio ai nuovi contratti. Come peraltro la stessa Reuters aveva scritto il 21 agosto scorso, in riferimento però solo ai contratti di esportazione dei prodotti petroliferi. Stando alle fonti dell’agenzia, l’euro diventerà invece la valuta di default per tutti i contratti: se fino a oggi era stata una delle opzioni possibili, ora è l’opzione principale.
Rosneft copre più del 40% del petrolio estratto in Russia; ne esporta ogni anno circa 120 milioni di tonnellate, pari a 2,4 milioni di barili al giorno. Il processo di de-dollarizzazione dell’economia procede lentamente man mano che la Russia, a partire dal 2014, entra sempre più nel mirino delle sanzioni decise dal Tesoro americano: quelle che potrebbero aggiungersi ora per Rosneft riguardano le attività della compagnia di Igor Sechin in Venezuela, mentre le nuove restrizioni decise in agosto toccano per la prima volta le emissioni di debito sovrano russo, a cui le banche americane non possono partecipare. In parallelo, gli istituti di credito della Russia si spostano su sistemi di pagamenti alternativi, e il Cremlino incoraggia le aziende ad accettare pagamenti in altre valute. Uno dei più recenti annunci riguarda l’Iran e la Turchia: per le transazioni interbancarie Mosca e Teheran inizieranno a utilizzare un sistema alternativo a Swift, mentre l’interscambio commerciale tra Mosca e Ankara sarà d’ora in avanti sarà denominato in rubli e il lire turche. Il Sole 24 Ore, 04.10.2019

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