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MERCATI FINANZIARI N.294

Un rublo colpito dalle sanzioni, ma appoggiato dal petrolio lotta contro il dollaro

La Banca centrale russa aumenta gli investimenti in oro – La Russia si ritira dai bond statunitensi – A settembre la Russia ha dovuto rimborsare il suo debito estero per oltre 37 miliardi di dollari – Il Cremlino rassicura gli imprenditori: il fardello fiscale sul business non sarà aumentato.

 

l Cremlino ha alzato la stima sul tasso di cambio medio del dollaro, che entro la fine del 2018 è previsto a un livello di 62 rubli. In precedenza, si riteneva che il tasso di cambio medio della valuta americana non avrebbe superato il livello di 58,6 rubli. In base alle nuove stime, nel 2019 ci si attende un calo del tasso di cambio del rublo fino a 63-64 rubi per dollaro, ma sarà più lieve rispetto a quanto avevano previsto gli esperti russi (66,9 rubli).
Il Cremlino ha sottolineato che si tratta del tasso di cambio “medio”: in settembre la valuta russa ha compiuto alcuni scivoloni, arrivando fino quasi alla quota di 70 rubli per un dollaro.
Il governo di Dmitrij Medvedev ha messo le mani in avanti, spiegando che si è trattato di una serie di effetti negativi, tra cui “l’anno elettorale in Russia, le tensioni con l’Occidente e in particolare le minacce di una nuova ondata di sanzioni anti-russe, che potrebbero coinvolgere gli investimenti russi in obbligazioni statunitensi”.
Intanto gli esperti dell’agenzia Bloomberg hanno sottolineato che “la Russia dispone di molte possibilità per difendere il rublo”. Tra tali strumenti gli analisti di Bloomberg hanno citato “considerevoli riserve aurifere e valutarie della Russia e uno dei più piccoli debiti esteri sovrani nel mondo”.
Al primo di settembre del 2018 le riserve internazionali della Russia sono state pari a 460,62 miliardi di dollari, in aumento di 2,6 miliardi (+0,6%) rispetto ai dati resi pubblici il primo agosto scorso.
“Il governo non sta facendo nulla per indebolire o rafforzare il rublo, bensì conduce una politica volta alla sua prevedibilità e stabilizzazione indipendentemente dalla congiuntura esterna”, ha dichiarato il ministro delle finanze russo, Anton Siluanov, ricordando che al momento il tasso di cambio della moneta nazionale dipende da fattori fluttuanti. “Il rublo si basa su fattori fluttuanti, dipende dai flussi di valuta in entrata e uscita, così come dai prezzi delle principali merci del nostro export”, ha sottolineato il ministro.  
Secondo alcuni esperti russi e internazionali, il calo del tasso di cambio del rublo registrato ad agosto 2018 è attribuibile non solo alla reazione dei mercati finanziari, ma anche all’introduzione delle nuove sanzioni occidentali contro la Russia. Dopo l’analisi dei dati relativi alla bilancia dei pagamenti pubblicati dalla Banca Centrale russa, gli esperti sono giunti alla conclusione che “è in calo il cosiddetto tasso di cambio equo della valuta russa”.
Uno dei fattori che indeboliscono il tasso di cambio del rublo è la recente estinzione da parte della Russia di un debito estero superiore a 37,6 miliardi di dollari.
Inoltre, accanto ai costanti investimenti sul mercato valutario, un altro fattore negativo per il rublo è la continua esportazione di capitale da parte del settore privato, che, secondo i dati della Banca Centrale, a luglio ammontava a 4,2 miliardi di dollari. Pertanto, considerando gli attuali prezzi del petrolio e la fuga di capitali, il tasso di cambio equo rispetto al dollaro potrebbe scendere del 12-17 percento.
In questo contesto la Russia ha continuato a incrementare le proprie riserve d’oro, cosa che, secondo molti esperti internazionali, consentirà di difendersi meglio dal congelamento degli attivi in dollari e in generale dalle sanzioni.
Secondo l’ultima relazione del FMI, la Banca Centrale russa ha acquistato 26,1 tonnellate di oro in più, portando le sue riserve a 2.170 tonnellate. In questo modo, tra la fine di luglio e l’inizio di agosto 2018, il valore totale dell’oro monetario russo ha raggiunto 77,4 miliardi di dollari. Inoltre, il regolatore ha deciso di non acquistare dollari sul mercato interno dal 23 agosto fino al termine di settembre. La Banca Centrale ha deciso di agire in questo modo per “ridurre la volatilità dei mercati finanziari e incrementare la prevedibilità d’azione delle autorità monetarie”.      
Inoltre, per rafforzare la stabilità dell’economia russa, il ministro delle finanze, Anton Siluanov, ha organizzato un incontro speciale con i rappresentanti del business russo ed estero, per informarli che “il carico fiscale sulle aziende non subirà variazioni”. Il ministro ha inoltre dichiarato che non verranno sottratti soldi al business.  
Come ha annunciato il capo dell’Unione Russa degli Industriali e degli Imprenditori, Aleksandr Shokhin, durante l’incontro sono state valutate le misure per innalzare l’attività di investimento delle imprese russe. I rappresentanti del business hanno portato una serie di proposte costruttive per il programma di aumento degli investimenti in fase di elaborazione al Cremlino. L’assistente del presidente per le questioni economiche, Andrej Belousov, ha aggiunto che degli accordi concreti con il business in merito allo sviluppo degli investimenti saranno fissati a novembre.

Emergenti, nessuna fuga di capitali

La crisi della lira turca ha accentuato le pressioni di mercato sui Paesi emergenti. L’indice Msci Em Currency, che monitora l’andamento del cambio delle principali divise emergenti rispetto al dollaro, dai massimi di inizio aprile ha perso il 7% ed è ai minimi da luglio dello scorso anno. Il tracollo della lira, che risulta in ribasso di oltre il 45% sul dollaro da inizio anno, è certamente il più eclatante. Pesante è stata anche la performance del peso argentino che ha perso il 37% sul dollaro affossato dalla crisi finanziaria infinita che ha nuovamente colpito il Paese sudamericano. La speculazione ribassista è tuttavia un fenomeno che ha colpito su vasta scala il mercato delle valute emergenti. A partire da quelle delle maggiori economie come il Brasile, la Russia e il Sudafrica le cui valute hanno perso rispettivamente il 15%, il 15,2% e il 13,6% nel cambio con il dollaro. La Rupia indiana risulta in calo dell’8,8% da inizio anno. Quella indonesiana del 7,3 per cento. Anche la valuta della seconda economia mondiale, la Cina, si è indebolita molto registrando una flessione del 5,5% sul dollaro da inizio anno. È in atto una fuga di capitali dai Paesi emergenti? Non si direbbe a giudicare dai dati recentemente pubblicati dall’Institute of International Finance che a luglio ha registrato flussi di capitale netti positivi sui mercati emergenti per 11,9 miliardi di dollari. Di cui 7,9 sull’azionario e i restanti in bond. Il Sole 24 Ore, 14.08.2018

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