Sempre più capillare la presenza italiana in Russia

Presentazione del volume “Mercato e disuguaglianza” di Giovanni Bazoli

Presentazione del volume “Mercato e disuguaglianza” di Giovanni BazoliSi è svolta presso l’Ambasciata d’Italia a Mosca, alla presenza dell’autore, la presentazione del libro “Mercato e disuguaglianza” del Prof. Giovanni Bazoli, Presidente del Consiglio di Sorveglianza del gruppo bancario Intesa Sanpaolo.
Nel volume, il Presidente Bazoli, già autore di numerose pubblicazioni sui temi dell’economia e dell’etica, affronta le sfide della globalizzazione, i rapporti tra mercato e democrazia e il ruolo dell’etica quale fondamento dell’agire economico.
La presentazione è stata aperta dall’Ambasciatore Ragaglini, che si e’ soffermato sul contributo che l’opera potra’ offrire al dibattito su tali temi nella Federazione Russa, ed è stata animata dagli interventi del Rabbino Capo Berl Lazar, dell’Archimandrita Filaret, e del Nunzio Apostolico nella Federazione Russa Ivan Jurkovic.
L’evento si è concluso con il concerto del primo soprano del Teatro Bolshoy di Mosca, Svetlana Kasyan, accompagnata dal pianista Alexey Demchenko.

Grande Hermitage (con sconto)

Nel 1764 la zarina Caterina II di Russia acquistò 225 dipinti da un mercante berlinese. Nacque così il primo nucleo dell'Hermitage, il grande Museo di San Pietroburgo che rappresenta oggi una delle collezioni d'arte più ricche del mondo e una delle mete artistiche più amate dal turismo globale. Eppure la zarina lo aveva immaginato come un luogo isolato, un eremo non lontano dalla Prospettiva Nevskij e con una magnifica vista sulla Neva. Doveva essere un «petit ermitage», un luogo esclusivo dove godersi momenti di rigenerante riposo circondata solo da pochi amici intimi e da opere d'arte. Gli uomini che vi venivano invitati dovevano attenersi a una regola ferrea: prima di entrare dovevano deporre la spada. Tutti gli altri zar della dinastia Romanov, anno dopo anno, arricchirono la collezione e la aprirono al pubblico nell'Ottocento. Oggi il museo custodisce 3 milioni di pezzi. Nel 2014 l'Hermitage ha compiuto 250 anni. e celebra il suo anniversario, tra le altre cose, con uno spettacolare film sulla sua storia e le sue meraviglie trasmesso in tutto il mondo il 14 ottobre. L'elenco
delle città e delle sale cinematografiche che lo proietteranno si trova su www.nexodigital.it.
I lettori della Domenica de Il Sole 24 Ore che si presenteranno alle biglietterie con la copia del numero del 13 ottobre potranno usufruire di uno sconto sul biglietto d'ingresso: 8 euro invece di 10 (in tutte le sale che aderiranno alla promozione).

Mosca, primo sì alla legge di confisca di beni stranieri

Prende forma una possibile, pesante risposta del Cremlino alle sanzioni occidentali. In prima lettura, la Duma russa ha dato la propria approvazione al progetto di legge che vuole autorizzare la confisca di beni e proprietà in Russia di uno Stato straniero che abbia a sua volta bloccato asset di russi all'estero. Come è avvenuto in settembre ad Arkadij Rotenberg, uno degli imprenditori russi più vicini a Vladimir Putin, cui la Guardia di Finanza italiana ha congelato beni e attività per circa 28 milioni di euro. Rotenberg è stato inserito, insieme ad altri protagonisti della cerchia interna di Putin, nelle "liste nere" della Ue e degli Stati Uniti, nell'ambito delle sanzioni imposte a Mosca per la crisi ucraina.
La proposta - cui ora si fa riferimento come "legge Rotenberg" - prevede anche il rimborso delle proprietà perdute dalle "vittime" delle sanzioni. Decisione approvata al Parlamento di Mosca con 233 voti contro 202, una vittoria insolitamente sofferta: a favore i deputati del partito del potere, Russia Unita; contrari i comunisti, i nazionalisti del Partito "liberaldemocratico" di Vladimir Zhirinovskij e l'altro partito di opposizione, Russia Giusta. Per diventare legge, il progetto deve superare altre due votazioni alla Duma e avere poi l'approvazione della Camera alta russa, il Consiglio della Federazione, e la firma di Putin. Consentirà «a un gran numero di cittadini russi ed entità legali - ha chiarito il deputato di Russia Unita autore della proposta, Vladimir Ponevezhskij - di essere protetti dallo Stato come se fossero in Russia».
In realtà c'è chi pensa a una mossa per mettere al riparo dall'impatto delle sanzioni gli oligarchi e i funzionari più influenti; mentre anche all'interno dello stesso governo russo le perplessità sono molte. Il ministro dell'Economia, Aleksej Uljukaev, ha osservato che la legge di fatto «incoraggia la fuga di capitali dal Paese in diverse forme, il che non è un obiettivo della nostra politica economica. Dal mio punto di vista - ha concluso Uljukaev - la legge sarebbe controproducente». I capitali in uscita dalla Russia stanno toccando quest'anno dimensioni record, con la prospettiva di arrivare a un totale di 120 miliardi di dollari.
Il ministro Uljukaev ha parlato di «gravi collisioni» tra la legge di Ponevezhskij e gli «obblighi internazionali». I beni di Paesi stranieri che potrebbero finire sotto sequestro - secondo il testo della legge - sarebbero anche le proprietà coperte dall'immunità diplomatica. E tuttavia, ha sottolineato Alexander Kliment di Eurasia Group, «la legge non prende di mira la proprietà privata». E se sarà approvata, «l'impatto sarà più che altro simbolico. Il progetto di legge riflette il più generale inasprimento dell'atteggiamento ufficiale russo verso governi e capitali stranieri a causa dell'Ucraina». Da parte sua Arkadij Rotenberg ha fatto sapere all'agenzia russa Interfax di non aver esercitato lobbying per far passare la legge. Né chiederà rimborsi per le proprietà perdute, quattro ville in Sardegna e un albergo a Roma, vicino a via Veneto.

Pirelli, confermati i target al 2014

Secondo Marco Tronchetti Provera le tensioni geopolitiche in Russia non impattano sul gruppo nel cui capitale è presente Rosneft
Pirelli conferma i target di fine 2014. Nonostante la fase difficile e il rallentamento in alcune aree - ha detto il presidente e ceo Marco Tronchetti Provera a margine di un evento all'Hangar Bicocca - «le nostre attività nel loro insieme confermano i target di fine anno. In alcune aree vanno più veloci, in altre meno, ma quello che ci lascia tranquilli sono le nostre azioni in termini di miglioramento del mix di prodotto, efficienze e miglioramento delle tecnologie». In occasione della semestrale, Pirelli aveva indicato ricavi consolidati a circa 6,2 miliardi con un ebit di 850 milioni post oneri di ristrutturazione.
Le dichiarazioni del numero uno di Pirelli arrivano dopo che la scorsa settimana le indicazioni del management Michelin circa la crescente difficoltà nel raggiungere gli obiettivi di ricavi 2014 avevano contribuito a indebolire i titoli del settore pneumatici. L’ultimo giorno di settembre, però, le azioni della Bicocca hanno guadagnato lo 0,83%. «Anche la Russia che conta per il 4% delle nostre attività - ha precisato - è in linea con le nostre previsioni in un mercato, soprattutto del primo equipaggiamento, che sta rallentando molto». Tronchetti è poi tornato a commentare le ipotesi di effetti negativi su Pirelli dalle sanzioni imposte da Ue e Usa alla Russia nell'ambito della crisi ucraina. Come noto, in primavera il gruppo russo Rosneft attraverso un fondo pensione ha rilevato il 50% della holding che detiene il 26% circa di Pirelli e ha portato sei suoi rappresentanti nel board della Bicocca. Dalle sanzioni, ha ribadito Tronchetti, a «impatto zero» sia in riferimento alla presenza in cda dei rappresentanti di Rosneft a monte nell'azionariato di Camfin. «Ci auguriamo che si trovi presto – ha aggiunto – un percorso per normalizzare la situazione».
Tronchetti ha poi commentato il quadro politico. Partendo da un punto fermo: fiducia al Governo di Matteo Renzi: «Credo si debba sostenere la linea del governo che vuole cambiare il paese, dare fiducia ai giovani che mostrano la volontà di cambiare e sostenerli nella realizzazione» ha detto Tronchetti. Inoltre, a suo avviso, la riforma del mercato del lavoro va «nella direzione giusta» e va «vista nel contesto generale» cioè legata alla necessità «di stimolare i consumi e gli investimenti» e alla «necessità di creare fiducia».

Mosca si prepara al peggio e studia piani d'emergenza

Fidarsi ciecamente dei toni rassicuranti usati da Elvira Nabiullina, governatore della Banca centrale Russa, richiede una massiccia dose di ottimismo. «Non ci sarà alcun tipo di restrizione (ai movimenti di capitale), nemmeno nello "stress scenario"» ha chiarito il governatore. Lo scenario a cui si riferiva è quello di un ipotetico tracollo dei prezzi del greggio a 60 dollari al barile, vale a dire quasi la metà del valore di quattro mesi fa. Un'ipotesi che il Cremlino sta ora prendendo in considerazione - e questa è già una notizia - cercando di elaborare politiche di emergenza a supporto dell'economia. Quali siano nel dettaglio non è ancora chiaro.
Quando le quotazioni del greggio accusano una decisa e duratura caduta le economie dei paesi petro-dipendenti traballano. Questa volta, tuttavia, la Russia rischia di essere la vittima più illustre. D'altronde non era prudente per una potenza con un Pil da 2mila miliardi di dollari affidarsi a un budget che dipendesse per metà del suo valore dall'export di petrolio e gas. Soprattutto in un periodo come questo, con l'economia messa a dura prova da sanzioni internazionali sempre più aggressive a causa della crisi in Ucraina.
Quella russa è una scomoda esposizione energetica, quindi pericolosa perché rende il Cremlino dipendente dalle oscillazioni e dalla volubilità dei mercati. Il processo di diversificazione dell'economia è stato tutt'altro che brillante. Petrolio e gas rappresentano oggi più di due terzi del totale delle esportazioni in valore. Già nel 2012 un rapporto della Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, dal titolo peraltro emblematico - Diversifying Russia - usava toni severi nei confronti del Cremlino, reo di non aver raggiunto risultati tangibili nel processo di diversificazione a dispetto degli impegni annunciati. Nel 2013 le cose sono peggiorate, con il deficit del settore "non-oil" cresciuto al 10,3% del Pil.
Da tempo la crescita dei consumi mondiali di petrolio mostrava segni di debolezza. In balia delle tensioni geopolitiche, il prezzo del barile non rispecchiava la realtà. I fondamentali - vale a dire il bilancio tra domanda e offerta - indicava un eccesso produttivo. Mosca aveva cercato di massimizzare le entrate producendo quanto più poteva, fino a toccare in agosto un picco produttivo di 10,61 milioni di barili al giorno (mbg), solo 300mila barili in meno rispetto ai 10,64 mbg estratti in gennaio, il livello più alto dal lontano 1987. Ma già a metà settembre cominciavano ad affiorare le preoccupazioni. Se il petrolio Ural, la qualità russa più scambiata sui mercati, si manterrà sotto i 100 dollari, ma anche a 100, avvertivano diversi analisti, Mosca rischia la recessione. A metà ottobre il greggio del marchio Urals era quotato 92 dollari. Dal 15 agosto al 14 settembre la media è stata di 98,28. Per avere un'idea delle conseguenze bastano pochi numeri: il budget 2014 è stato formulato basandosi su di un prezzo di 100 dollari. Quello del 2015 a 96 dollari. E quello medio del periodo 2015-2017 a 100 dollari. Ogni volta che il greggio scende di un dollaro - aveva sottolineato Maxim Oreshkin, capo del dipartimento di pianificazione strategica presso il ministero delle Finanze - il budget perde 2,1 miliardi di dollari.
L'Fmi ha già dimezzato le sue stime per il 2015 calcolando una crescita del Pil dello 0,5% (0,3% per la Banca mondiale). La tempesta che si sta abbattendo sul rublo rischia di peggiorare decisamente le cose. Nel trimestre luglio-settembre la moneta russa si è svalutata del 14% sul dollaro. Se l'anno prossimo i prezzi del greggio dovessero realmente scendere a 60 dollari, e mantenersi su questi livelli, alcuni analisti ritengono che il deficit del budget arriverebbe al 4,5% del Pil (il Cremlino prevede per il 2015 un deficit dello 0,6%). La Banca centrale sta dunque rivendendo i piani di emergenza tracciando diversi scenari. Fino a pochi giorni fa ne aveva elaborati tre: quello base prevedeva un prezzo del greggio a 100 dollari al barile per i prossimi tre anni. Quello più prudente 86,5 dollari. Nessuno osava parlare di 60.

Sale il rischio Russia per i robot

«Di ordini lì ne abbiamo. Però non sappiamo bene cosa farne». Quando si parla di Russia Ettore Batisti allarga le braccia e per la verità i problemi del presidente di Pama, tra i big italiani delle macchine utensili, sono comuni a molte aziende del settore, alle prese con gli effetti dell'embargo Ue verso Mosca. «A Bruxelles vivono tra le nuvole» spiega sconsolato Adriano Carnaghi, che sulle politiche europee aggiunge anche altre espressioni un poco più colorite. «A noi ballano commesse per due milioni di euro - racconta Riccardo Rosa – e francamente vorrei evitare di avere problemi». Nel giorno di avvio di Bimu-Sfortec (30.09.2014 N.d.R.), tra le maggiori rassegne mondiali del settore, è quasi naturale che i produttori nazionali di macchine utensili guardino con apprensione a ciò che accade all'estero. Per i robot italiani l'export vale infatti i tre quarti dei ricavi ed è solo grazie alla tenuta oltreconfine che l'Italia resiste ai vertici mondiali. Terzo esportatore al mondo alle spalle di Germania e Giappone, il nostro paese paga infatti in modo evidente la caduta del mercato interno, dimezzato dal 2007 ad oggi e ancora in calo costante negli ultimi tre anni. Volumi mancanti (tra i maggiori costruttori solo l'Italia ha consumi interni di robot in calo) che spiegano la stasi della produzione, solo poco al di sopra dei livelli 2009 mentre per altri paesi come Giappone e Corea del Sud i dati da allora sono raddoppiati. Eppure, a dispetto delle difficoltà, un giro tra gli stand mostra un'Italia produttiva solida, innovativa, capace di sfidare alla pari sul terreno della qualità i concorrenti tedeschi e giapponesi. «Il 70% di queste aziende – spiega il presidente della Fondazione Fiera Milano e del Sole 24 Ore Benito Benedini – porta sul mercato ogni anno prodotti nuovi: noi abbiamo bisogno di queste imprese, perché solo l'innovazione continua può portare vantaggi economici duraturi». Brevetti visibili chiaramente in fiera, tra rettificatrici e raddrizzatori, macchine di misura capaci di "leggere" discrepanze di micron, stampanti 3D in grado in 90 ore di lavoro di costruire da zero una bici in titanio, centri di lavoro e fresatrici che possono prendere in carico qualunque pezzo di metallo trasformandolo a piacere. La sensazione è che la domanda italiana possa dare quest'anno segnali di risveglio, con una crescita di qualche punto percentuale dopo tre anni in caduta continua. Ma è ancora l'estero il principale motore dei robot, ed è lì che si concentrano gli sforzi delle aziende, per fortuna con più di una soddisfazione. «Siamo vicini al top di ricavi – spiega Riccardo Rosa, 12 milioni di fatturato nelle rettificatrici – e abbiamo già produzione assicurata fino a febbraio 2015». «General Electric ci ha appena piazzato un ordine da decine di milioni – aggiunge Adriano Carnaghi, 90 milioni di vendite in torni e fresatrici – e questo significa lavoro fino al 2017». Nel 2014 l'export di macchine utensili è visto in crescita del 4,7% a 3,4 miliardi, invertendo nel secondo semestre un trend negativo verificato nei primi sei mesi dell'anno, penalizzati da un contesto internazionale sempre più complesso. «Di aree tranquille – spiega il presidente di Federmacchine Giancarlo Losma – ce ne sono sempre meno. Eppure andare all'estero per le aziende è una necessità, dobbiamo portare le merci dove i mercati crescono, dove i clienti acquistano». «Per rilanciare il nostro mercato – aggiunge il presidente di Ucimu Luigi Galdabini, servono provvedimenti che incentivino la sostituzione dei macchinari obsoleti. Ci piacerebbe poi avere a che fare con un'Europa non ideologica, capace di sostenere in modo concreto le aziende. Alcuni regolamenti sulla sostenibilità non vanno in questa direzione e a volte mettono in difficoltà le imprese obbligandole allo sviluppo di soluzioni che oltre la Ue non hanno mercato. Gli interventi vanno sempre ponderati, affinché non siano penalizzanti per le imprese: penso alla sostenibilità, ma anche al blocco dell'export verso la Russia».
In sei mesi la crisi Russo-Ucraina è già costata al settore quasi 20 milioni di ricavi, con la certezza che a fine anno il bilancio sarà anche peggiore. Ma nonostante le difficoltà oltreconfine e la debolezza della domanda interna, in Bimu l'ottimismo sull'Italia non sparisce. «Le riforme si faranno – spiega il presidente di Pama Ettore Batisti – perché siamo costretti a metterci a posto: guardi, di alternative non ne abbiamo».