Sempre più capillare la presenza economica italiana nelle regioni russe

Primo colloquio telefonico tra Renzi e Putin

È stato il primo contatto tra Matteo Renzi e Vladimir Putin: una lunga telefonata in cui - riferiscono fonti di Palazzo Chigi - sono stati affrontati i rapporti bilaterali tra Italia e Russia e la delicata situazione ucraina. Il Cremlino sottolinea invece che si è parlato anche, «in modo costruttivo», di cooperazione energetica. Dopo la firma, martedì, 13 di maggio 2014, di un accordo tra Vienna e Gazprom in cui l'Austria e non Tarvisio appare come destinazione finale di South Stream, una fonte del governo italiano riportata dall'agenzia Reuters aveva parlato di sostegno congelato dell'Italia verso il gasdotto. Affermazione smentita da Roma «nel modo più totale».

Il fronte russo limitato dai dazi

La regione, al momento, più instabile, è anche il più importante bacino di consumo e di capacità di acquisto dei prodotti "belli e ben fatti" tra i Paesi emergenti. Con i suoi 144 milioni di abitanti e 26 milioni di "benestanti" concentrati nei grandi centri urbani (Mosca, San Pietroburgo, Urali e area del Volga) la Russia attualmente è il principale mercato emergente per il segmento "made in Italy", con tre miliardi di euro di food, moda, accessori e design importati dall'Italia nel 2013, che si stima supereranno i 4,2 nel 2019.
L'intero segmento del "bello e ben fatto" rappresenta oggi un terzo dell'export manifatturiero italiano in Russia (10 anni fa era un quinto) e le vendite, dal 2000 al 2013, sono cresciute in media del 12% l'anno in termini reali. Una dinamica superiore alla media dell'export italiano complessivo nel Paese (8 per cento). «È un mercato vicino geograficamente – ha spiegato Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi Confindustria – e non lontano culturalmente, con una spiccata sensibilità per le tematiche culturali, storiche e artistiche. Sebbene la presenza italiana in Russia sia già radicata, le opportunità sono ancora ampie». Ma è anche il paradosso di una domanda di consumi forte in un'economia fragile, dove, negli ultimi dieci anni, i primi sono cresciuti il doppio (8%) rispetto al Pil (4,2%), grazie ai maggiori proventi delle materie prime che hanno alimentato soprattutto le spese della fascia più ricca e un aumento dei salari nominali in un mercato del lavoro a più elevata domanda.
Per questo, ha avvertito Paolo Magri, direttore dell'Ispi «nel medio periodo un Paese che non ha un tessuto imprenditoriale, con la concorrenza dello shale gas americano e tensioni geopolitiche su più fronti, potrebbe diventare un rischio».
Ma il vero paradosso, oggi, è che proprio le enormi potenzialità dei consumi sono limitate da un reticolo di dazi e barriere non tariffarie che fanno della Russia uno dei Paesi meno accessibili. I dazi medi vanno dal 6% sull'occhialeria al 10,6% di abbigliamento e calzature, sino al 13,7 dell'alimentare (su cui pesano contingentamenti e obblighi di registrazione alle autorità locali), il 14,7% dell'arredamento (oltre ai limiti sulla formaldeide nelle lavorazioni a livelli inferiori a quelli Ue) e il 20% sull'oreficeria (dove è imprescindibile affidarsi a importatori locali e diffusa la contraffazione).
Di «corruzione doganale e mercato parallelo dei falsi in Russia» ha parlato anche Marta Anzani di Poliform, (121 milioni di fatturato e 582 addetti), mentre per Monica Virgili della Vittorio Virgili calzature (17,5 milioni di fatturato e 65 dipendenti) «gli accordi di licensing con grandi marchi per il mercato russo hanno obbligato l'azienda a riorganizzarsi per l'export». Auspicando che un colpo ai falsi delle calzature all'estero possa darlo anche «la tracciabilità delle importazioni garantita dall'etichetta "made in" quando sarà legge».

Russian Friendly: l’Ospitalità italiana parla russo

Nell’ambito dell’Anno del Turismo italo-russo, l’Ambasciata d’Italia a Mosca, in collaborazione con ENIT e con i maggiori Tour Operator russi, ha sviluppato il Decalogo di Raccomandazioni “Russian Friendly” rivolto al sistema ricettivo e turistico italiano con l’obiettivo di censire le strutture “attrezzate” ad accogliere al meglio il turista russo e di favorire l’incremento dei flussi turistici dalla Russia attraverso il miglioramento dei servizi alla clientela russa.
Gli alberghi italiani che aderiranno all’iniziativa potranno essere segnalati come “Russian Friendly” agli operatori del mercato russo. “Un mercato in fortissima crescita” – ha ricordato l’Ambasciatore Cesare Maria Ragaglini – “con un flusso di visitatori che nel 2013 ha superato il milione e 200 mila presenze con un indotto sull’economia italiana pari a oltre 1 miliardo e 300 milioni di euro”.
Come diventare “Russian Friendly”: dalla realizzazione di pagine web in lingua russa, alla traduzione in russo della segnaletica interna, alla presenza di un receptionist o assistente russofono, anche in condivisione con altre strutture, alla disponibilità di canali televisivi russi. Sono alcuni dei “consigli” suggeriti dal Decalogo, che si rivolge anche agli esercizi commerciali e ai negozi dove i russi amano acquistare il Made in Italy, ai quali viene richiesto il “tax free” e la disponibilità di un “personal shopper”.
Nei prossimi giorni Federalberghi inviterà 27.000 strutture ricettive ad effettuare un checkup gratuito on line, che consentirà di rilevare la disponibilità dei servizi “Russian Friendly”.
“L’attenzione verso il mercato russo - ha dichiarato il Presidente di Federalberghi Bernabò Bocca – è di vitale importanza per le strutture ricettive e l’economia nazionale. Si tratta infatti di un segmento di clientela che registra anno dopo anno incrementi ragguardevoli ed avvicina sempre più l’Europa mediterranea a quella orientale coniugando cultura ed ospitalità”.
“Il progetto mira a favorire servizi e standard di qualità e di attenzione alla cultura e alle sensibilità russe, che costituiscono importanti fattori di fidelizzazione per un turista “repeater”, come quello russo, per il quale l’Italia è il Paese in cui amano maggiormente ritornare” ha sottolineato l’Ambasciatore Ragaglini “perché un turista russo soddisfatto diventa un cliente fedele che ritorna e che acquista il meglio del nostro Made in Italy”.
Il progetto “Russian Friendly” verrà promosso sul mercato russo tramite il Portale www.italiagodturisma.com, con i Tour Operator e i media di settore e in occasione delle principali fiere del turismo della Federazione Russa.
Per ulteriori informazioni: mosca.annoturismo@esteri.it

«Calzedonia cresce oltre la crisi»

«Il dato che mi rende più ottimista? Quello del mercato italiano: nel nostro Paese il settore dell'intimo nel 2013 ha perso tra l'8 e il 10% del fatturato, ma noi siamo riusciti a mantenere stabili le vendite e a guadagnare quote di mercato. È chiaro però che per crescere davvero dobbiamo investire sull'estero, come del resto stiamo facendo da anni».
Sandro Veronesi introduce così i dati record del gruppo veneto Calzedonia, che in meno di 30 anni è diventato leader in Italia e in Europa nell'abbigliamento intimo e nella calzetteria. Oggi il portafoglio marchi comprende, oltre al brand che dà il nome al gruppo, Intimissimi, Tezenis e Falconeri. Il 2013 è stato l'ennesimo anno di crescita a doppia cifra: il fatturato è arrivato a 1,666 miliardi (+11% sul 2012), con un utile netto di 112,4 milioni e un ebitda di 270,7, pari al 16,3% del fatturato.
L'aumento dei ricavi è stato omogeneo a tutti i marchi: è soddisfatto del risultato?
“Avere un portafoglio equilibrato è importante, il nostro lo è soprattutto in Italia, mentre all'estero il brand leader è Calzedonia, perché ha da sempre il format più innovativo, un mix di intimo, calze e costumi da bagno. I ricavi 2013 sono arrivati a 548 milioni, il 13% in più rispetto al 2012. Seguono Intimissimi, che ha un posizionamento un po' più alto, con 522 milioni (+9%), e Tezenis, che in soli 11 anni è arrivato a 443 milioni (+11%), anche grazie all'offerta di ampie collezioni da uomo e bambino, oltre che da donna. Falconeri, l'ultimo nato, è invece la lepre del gruppo. Il 2013 si è chiuso con ricavi a 20 milioni, in aumento del 28% sull'anno precedente, un risultato di cui siamo molto soddisfatti, visto che il marchio è sul mercato solo dal 2009. La formula, applicata alla maglieria, non è però così diversa: selezioniamo con estrema cura le materie prime – e nel caso di Falconeri si tratta di filati pregiati come il cashmere, la sete, il lino, i cotoni super fini – e manteniamo un buon rapporto qualità-prezzo, aggiungendo un tocco di stile e gusto italiano. Non abbiamo fretta di crescere, ma pensiamo che sia un format con grandi potenzialità anche all'estero”.
Avete 26mila dipendenti nel mondo, 3mila solo in Italia. Quante persone avete assunto nel 2013?
“Alla fine del 2012 eravamo in 20mila, quindi l'occupazione è cresciuta del 30% circa. Il dato di cui sono più orgoglioso però riguarda le donne, che sono l'88% del totale e hanno, nella maggior parte dei casi, esigenze specifiche a cui vogliamo andare incontro perché lavorino con la maggior serenità possibile. Nella sede principale, vicino a Verona, abbiamo un centro per l'infanzia, un centro benessere con spa, con la possibilità di fare, durante la pausa pranzo, corsi di pilates, yoga, acquagym. Un altro punto di forza è che il 64% dei dipendenti ha meno di 30 anni e facciamo di tutto per creare possibilità di crescita e carriera all'interno dell'azienda, basandoci sul merito e sulle inclinazioni dei singoli”.
Nel 2013 è sfumata l'acquisizione del marchio La Perla (si veda Il Sole 24 Ore del 5 e del 12 giugno 2013). Ha un piano alternativo per entrare nella nicchia dell'intimo di lusso?
“No, il posizionamento dei nostri marchi resterà uguale e i 40 milioni che avremmo utilizzato per l'acquisto e il rilancio di La Perla li abbiamo investiti internamente. Con il senno di poi, è stato meglio così: non sono convinto che il top di gamma, nell'abbigliamento intimo, possa crescere, e persino i marchi francesi fanno fatica. Sarà colpa della crisi, ma forse anche di un cambiamento culturale.
Senza troppi clamori avete però investito in un'altra azienda, di un settore diverso, la mantovana Aimée, che produce abiti da sposa.
Anche in questo caso era un'ottima occasione: l'azienda, come molte Pmi italiane, ha sofferto per la crisi e aveva bisogno di capitali freschi per garantirsi un futuro. Siamo entrati con una quota del 40% e il capitale sociale è salito da 850mila euro a 1,275 milioni con l'emissione di obbligazioni convertibili. Non abbiamo ancora un piano dettagliato, l'operazione risale all'inizio di aprile, ma penso che ci potranno essere sinergie e che il gruppo Calzedonia potrà mettere la sua esperienza a disposizione di Aimée, ad esempio per quanto riguarda il retail”.
Alla fine del 2013 il gruppo aveva 3.500 negozi in 35 Paesi. Qual è l'obiettivo per il 2014?
“Siamo già molto presenti e tra i leader di mercato in Europa e in particolare in Germania, Francia, Spagna e Portogallo. Ora puntiamo alla Russia, dove abbiamo persino due negozi Falconeri, al Medio Oriente e al Far East: abbiamo iniziato da Hong Kong e i primi risultati sono ottimi. L'idea è di arrivare a 3.700-3.800 negozi nel mondo”.
E l'e-commerce?
“Per ora assorbe circa l'1,5% delle vendite, in linea con la maggior parte dei marchi italiani. Il benchmark, nel nostro settore, è però sicuramente Victoria'a Secret, che è già al 5-6%, una percentuale che, prima o poi, vorremmo avere anche noi”.
Siete riusciti a creare dei marchi molto forti in un tempo relativamente breve, investendo molto in comunicazione. Qual è la novità del 2014?
“A partire dal 16 maggio andrà in onda su Sky Uno "Calzedonia Ocean Girls", un format in sei puntate che abbiamo definito adventure reality. A darsi battaglia, amichevole, s'intende, sarà un gruppo di donne che abbiamo scelto tra le nostre clienti. Abbandonati tacchi e tailleur, sono state catapultate su un'isola meravigliosa dove si sfideranno in una serie di prove fisiche e sportive”.

La miniera del «bello e ben fatto»

Russia ed Emirati Arabi guidano la classifica. Che poi rimbalza dalla Cina alla Turchia, dalla "traballante" Ucraina al Messico sino al Kazakistan.
Nel 2019 i Paesi emergenti importeranno dall'Italia sino a 16,6 miliardi di euro di prodotti cosiddetti "belli e ben fatti" (beni di fascia medio-alta dei settori alimentare, arredamento, abbigliamento, calzature e occhialeria-gioielleria). Significa quasi 5 miliardi di euro in più rispetto al 2013, in aumento del 40% in sei anni e di 23 punti sopra alla dinamica stimata per le importazioni nei mercati maturi. Un potenziale raggiungibile a patto che le aziende italiane vogliano investire e sappiano intercettare gusti, opportunità commerciali e canali distributivi. Difficoltà cui spesso si aggiungono barriere tariffarie e non e ostacoli più o meno pretestuosi per impedire il libero commercio o tutelare la fragile industria nazionale.
È quanto emerge dalla V edizione della ricerca "Esportare la dolce vita", presentata in Assolombarda da Centro Studi Confindustria e Prometeia sulle potenzialità degli asset del "made in Italy" (dalla moda al food dagli accessori al design) nei nuovi mercati e sulle opportunità per le imprese . «La crescita del Pil e dei nuovi ricchi traina la domanda di "made in Italy", ma non basta – ha spiegato Alessandra Lanza, responsabile Strategie Industriali e Territoriali di Prometeia –. Anche all'interno dei grandi emergenti, Russia, Cina, Brasile, India ci sono aree migliori e altre complesse da raggiungere. Bisogna saper selezionare le regioni o le aree più interessanti in cui investire o vendere i propri prodotti, dove davvero la ricchezza e la classe media si consolidano». Insomma, non basta una sola chiave per avere successo in un grande paese emergente, ma ne serve un intero mazzo. Nel 2019 gli emergenti importeranno da tutto il mondo più di 212 miliardi di euro di prodotti "belli e ben fatti" (+ 45% rispetto al 2013). «Si tratta di un grande potenziale – ha detto Paolo Zegna, Presidente del comitato tecnico per l'internazionalizzazione di Confindustria –. Le nostre imprese sono ancora poco presenti nei mercati emergenti e se vogliono cogliere questa opportunità devono unire le forze per presentarsi all'estero con un'offerta rappresentativa dello stile di vita italiano».
Dei 16,6 miliardi di export italiano l'alimentare toccherà i 2,6 miliardi, con la Russia che assorbirà un import pari a quello di tutta l'area asiatica. Si stima che l'arredo salirà a 3,8 miliardi di euro soprattutto tra Russia, Emirati Arabi, Arabia Saudita e (a sorpresa) Malesia. Mercati analoghi nell'abbigliamento (a 4,7 miliardi) e nelle calzature (a 2,1 miliardi) in cui nelle classifiche fa capolino il Kazakistan. L'occhialeria aumenterà a 800 milioni di euro, per lo più in America Latina, mentre il segmento dell'oreficeria-gioielleria salirà fino a 3 mld di euro, con una quota rilevante in più verso gli Emirati.
«Quest'anno, per la prima volta – ha proseguito Lanza – proprio per fornire una bussola alle imprese sui differenti gradi di accessibilità per gli operatori esteri abbiamo costruito un indice di accessibilità che individua, per ogni nuovo mercato, aspetti operativi che condizionano l'ingresso e l'espansione nel paese».
Gli Emirati Arabi risultano, in tutti i settori, il paese più facilmente accessibile, seguito spesso dalla Malesia. Russia e Cina non sono mai tra i primi dieci. Mentre Brasile, Argentina, Vietnam e Indonesia spesso occupano la parte bassa della classifica. I primi due soprattutto per i dazi alle importazioni. I secondi, per carenze logistiche, infrastrutturali e distributive.

Ammann cresce in Russia e Turchia

L'azienda era da tempo orientata all'export; ma dal 1991, con la sua acquisizione da parte del gruppo svizzero Ammann, questa inclinazione si è senza dubbio rafforzata, con una quota che ormai supera il 90% del fatturato societario, attorno ai 90 milioni di euro. E dal 2011, con la definitiva fusione di Sim Spa (fondata nel 1960) nel gruppo, e la nascita di Ammann Italy Spa, l'azienda può erogare servizi post-vendita in paesi remoti, operazione che altrimenti potrebbe risultare complicata. L'idea è anzitutto quella di consolidare la propria posizione commerciale in Turchia e in Russia. «Paesi molto interessanti, per noi – spiega il direttore commerciale (e membro del Cda) Michele Turrini –: la Turchia perché ha un piano infrastrutturale a autostradale importante; la Russia perché, considerata la consistente estensione geografica del Paese, non può che avere bisogno di attività come la nostra». Infatti Ammann Italy, con sede a Bussolengo (Verona) e 180 dipendenti (di cui 100 in officina e 80 tra servizi e amministrazione) si occupa di progettazione, sviluppo, produzione e vendita di impianti per la produzione di asfalto (fissi, richiesti soprattutto per zone ad alta intensità abitativa; e mobili o semimobili, preferiti per lo più per regioni con poche infrastrutture); e commercializza prodotti realizzati da altri stabilimenti del gruppo, come le macchine per la compattazione, finitrici stradali, moduli e centrali di betonaggio. E poi c'è il post-vendita. «In caso di problemi – chiarisce Turrini – non puoi mandare uomini e mezzi in Australia o in Siberia; le difficoltà, oggi, vanno risolte quasi just in time. Devi essere presente sul territorio; o con la tua struttura, o con quella del gruppo; e comunque, con personale qualificato. Sono servizi che rafforzano la posizione dell'azienda».
E l'Italia? «Nel nostro settore – continua Turrini – chi aveva come bacino commerciale il mercato nazionale o quello di alcuni Paesi europei, come la Grecia, la Spagna, ha chiuso o ha dovuto procedere a drammatiche ristrutturazioni. E anche in Francia e Germania gli affari hanno subìto una contrazione». Come se ne esce? «Con l'export, ma anche con la tecnologia – chiarisce Turrini –: l'azienda e il gruppo fanno ricerca sul prodotto. Negli ultimi anni, per la verità, non abbiamo assistito ad importanti innovazioni; ma si è puntato molto sulla sicurezza, sul comfort, sul consumo energetico (con risparmi fino al 40% rispetto a mezzi tradizionali) e, per quanto possibile, sul rispetto per l'ambiente (anche con il riciclo dell'asfalto)». E ora c'è Samoter. «Non è la prima volta che partecipiamo – termina Turrini – anzi, come Sim Spa prima e come Ammann Italy dopo, non credo che ci sia sfuggita una sola edizione. D'altra parte, è una vetrina importante per la tecnologia italiana e europea, anche se il Vecchio Continente rappresenta solo il 30% del mercato. Perciò, mi auguro che a Verona sbarchino in massa visitatori da Nord Africa, Russia e Turchia».

South Stream taglia fuori l'Italia

L'Italia verrà tagliata fuori dal percorso di South Stream. Il gasdotto con cui Mosca punta a rifornire l'Europa scavalcando l'Ucraina farà invece rotta verso l'Austria, arrivandovi direttamente dall'Ungheria (e sacrificando quindi anche la tratta slovena).
La notizia è arrivata in sordina, per i modi e i tempi in cui è stata comunicata. E nel mezzo del ponte italiano del 1° maggio ha rischiato di passare inosservata. Ma non si tratta soltanto di voci, come era apparso in un primo momento: la decisione è scritta nero su bianco, con tutti i crismi dell'ufficialità, in due comunicati quasi gemelli diffusi nella tarda serata di mercoledì dalla compagnia austriaca Omv e dalla russa Gazprom. Comunicati in cui non si fa alcun cenno all'Italia, ma che dicono chiaro e tondo che South Stream arriverà – e terminerà – a Baumgarten, vicino a Vienna, già oggi importante hub del gas centroeuropeo, da cui transita un terzo delle forniture russe all'Europa occidentale (Italia compresa). La pipeline, specifica la nota di Omv, «proviene dalla costa bulgara del Mar Nero, attraversa la Serbia e l'Ungheria e finisce in Austria». Le più recenti mappe del tracciato, tuttora online sul sito di Gazprom, mostrano invece un passaggio in Slovenia e il punto di arrivo a Tarvisio, in Italia. Niente Austria, che era stata a sua volta cancellata dalla geografia di South Stream negli anni in cui Omv era capofila del progetto Nabucco per portare in Europa il gas del Caspio. Con la sconfitta di Nabucco nella gara per le forniture del giacimento azero di Shah Deniz – vinta invece dal gasdotto Tap, diretto in Italia – gli austriaci hanno evidentemente riguadagnato il favore di Mosca.
Nel Memorandum of understanding siglato con il vicepresidente di Gazprom Alexei Miller, il ceo di Omv Gerhard Roiss ha poi messo sul piatto anche «una partecipazione di Gazprom nel Central european gas hub (Cegh, la borsa del gas che fa riferimento a Baumgarten, Ndr) e la messa a disposizione di capacità di stoccaggio in Austria». Non è chiaro se si tratti di ulteriori concessioni rispetto a quelle che i russi avevano già ottenuto in passato (c'era già un piano per girare il 30% del Cegh più alcuni stoccaggi di gas a Gazprom) ma di certo si tratta di pezzi importanti nella scacchiera centroeuropea dell'energia.
Dal punto di vista commerciale la decisione di ridirigere South Stream verso la destinazione originaria di Baumgarten non fa una grinza. Quello austriaco è già un hub molto sviluppato e molto liquido, ben posizionato per servire l'area dei Balcani, che è fortemente dipendente dal gas russo. L'Italia – benché sia un cliente forte per Mosca, con oltre 25 miliardi di mc acquistati nel 2013, oltre un terzo del suo import – è un mercato poco interessante come prospettive di crescita dei consumi. La Penisola può inoltre continuare senza alcun rischio o difficoltà ad essere rifornita, come avviene già oggi, attraverso Tag: il gasdotto, che collega Baumgarten a Tarvisio con una capacità di trasporto di 37,4 miliardi di metri cubi l'anno, è oggi largamente sottoutilizzato.
L'aspetto positivo è che Tag è "nostro": l'austriaca Omv ne possiede solo l'11%, mentre il restante 89% è della Cassa depositi e prestiti e dovrebbe presto passare a Snam. La società italiana dei gasdotti in marzo ha siglato un'intesa con Cdp e ha segnalato che potrebbe ricorrere a un aumento di capitale per finanziare l'acquisto della partecipazione.
Il voltafaccia di Gazprom ha tuttavia importanti risvolti politici, se si considerano le solide relazioni che l'Italia ha storicamente intrattenuto con Mosca e il coinvolgimento di nostre imprese nel South Stream: Eni è socia al 20% del gasdotto, sia pure solo nella tratta offshore, sotto le acque del Mar Nero, e Saipem si è aggiudicata ricche commesse per la sua realizzazione.
Il Governo italiano smentisce con vigore le voci riferite dall'agenzia Reuters, secondo cui Roma avrebbe «messo nel congelatore, anche per le fortissime pressioni americane» il suo sostegno a South Stream: un modo per suggerire che il voltafaccia di Gazprom ce lo siamo cercati. Ufficialmente il nostro esecutivo continua ad appoggiare non solo il Tap, ma anche qualsiasi altra infrastruttura capace di rafforzare la sicurezza energetica. Del resto l'Italia – anche se con Governi di colore diverso e senza la crisi ucraina a complicare le cose – aveva appoggiato South Stream fin dalla prima versione del progetto, quando non si parlava di sbocchi a Tarvisio, ma il gasdotto puntava – come oggi – verso l'Austria.
Più che come uno sgarro all'Italia, la decisione di Gazprom potrebbe in fin dei conti essere letta come l'ennesima mossa nella partita a scacchi che Mosca sta conducendo con Bruxelles: un modo per forzare la mano, mettendo la Commissione europea di fronte all'evidenza di un fatto (quasi) compiuto.
Come i comunicati di Omv e Gazprom non mancano di mettere in risalto, l'Austria ha concesso fin dal 2010 un accordo intergovernativo con la Russia per il passaggio di South Stream: un accordo che la Ue ha bollato come illegale, poiché il gasdotto non è in regola con il Terzo pacchetto energia, che impone ai produttori di gas di non controllare in esclusiva la rete di distribuzione (salvo che non abbiano ottenuto una speciale esenzione da Bruxelles). L'Italia questo accordo intergovernativo non l'ha mai firmato e non poteva prestarsi altrettanto bene al gioco di Gazprom.

Maria Grazia Cucinotta sbarca con i suoi vini in Russia

La celebre attrice, Maria Grazia Cucinotta, presentando il vino Manta D’Oro, da lei firmato, ha chiesto anche di incontrare il Console Onorario della Federazione Russa a Bolzano Bernhard Kiem, per chiedergli supporto nella promozione del proprio vino in Russia.
Certamente la Cucinotta è già molto conosciuta in Russia e supportare la promozione di Manta D’Oro, prodotto messinese di alta qualità è un onore per il Console Russo di Bolzano.
Il mercato del vino italiano in Russia sta crescendo ancora enormemente e sempre si incontrano nuovi importatori e distributori sul mercato che crescono in maniera strabiliante.
Ma la Cucinotta è stata più volte in Russia e ne è assolutamente affascinata, come tra l’altro sono affascinati i Russi dalla bellissima attrice.
Ora si valutano progetti di promozione del Manta D’Oro in Russia, Nero D’Avola 100% DOC Sicilia, prodotto dalla Cantina Madaudo di Villafranca Tirrena (ME). Certamente la Manta D’Oro ha un significato speciale, come ha spiegato la Cucinotta, che le ricorda un evento, nel quale sua madre simbolicamente ha coperto le spalle della ancora piccola Cucinotta con questa Manta D’Oro, per proteggerla dal male e augurarle successo.