Sempre più capillare la presenza economica italiana nelle regioni russe

La crisi valutaria di Kiev trascina al ribasso il rublo

Una cosa accomuna in questo momento Russia e Ucraina: le difficoltà in cui si dibattono le rispettive valute, grivna e rublo, colpite da un'unica crisi sui due fronti opposti. La caduta libera del rublo aggrava il malumore di Vladimir Putin, e nello stesso tempo la sua decisione di mettere in allerta due distretti militari ha alzato ulteriormente la tensione, peggiorando ancor più le cose sui mercati valutari. Anche se l'Ucraina è soltanto una delle cause della caduta del rublo, accanto alle incertezze politiche interne russe, la fuga di capitali e le difficoltà dei Paesi emergenti. Fattori che insieme hanno condotto il rublo ai minimi da cinque anni, 49,45 rubli sull'euro.
Dall'altra parte della barricata, le riserve in valuta della Banca centrale ucraina (Nbu) sono scese a 15 miliardi di dollari, sacrificate in questi mesi nel nome della stabilità della grivna. La Nbu ha rinunciato a intervenire in difesa di un tasso di cambio che ha visto la moneta ucraina perdere il 4% del proprio valore sul dollaro, il 20% in un anno. Dieci grivne contro un dollaro. Le casse dello Stato, avvertono i nuovi dirigenti, non hanno denaro sufficiente a pagare stipendi, pensioni e forniture di gas russo. L'incertezza politica, accrescendo la diffidenza degli investitori, si unisce al crollo della grivna contribuendo ad aumentare ulteriormente il costo del debito, interno ed estero.
Il timore di vedere il Paese scivolare in bancarotta ha spinto la Banca centrale a ufficializzare l'invito al Fondo monetario internazionale a preparare un piano di aiuti in risposta al programma anticrisi che, assicura il nuovo governatore Stepan Kubiv, sarà pronto in tempi brevissimi, addirittura entro pochi giorni.
Alla richiesta di Kiev l'Fmi risponderà inviando una missione in Ucraina, e come ha detto il vicesegretario di Stato William Burns, un gruppo di esperti finanziari americani è già al lavoro a Kiev per dare la propria consulenza. Il passaggio da un tasso di cambio fisso a una gestione flessibile, come ha ricordato il responsabile delle relazioni internazionali della Banca centrale Sergiy Kruglyk, è una delle grandi richieste del Fondo. Ma un piano di aiuti consistente concordato dai donatori internazionali è poco probabile prima dell'insediamento di un governo.
La Russia intanto cerca di blindarsi per evitare ulteriori contagi dalla crisi. La Vneshtorgbank, seconda banca del Paese, ha deciso di bloccare la concessione di nuovi prestiti a imprese e persone fisiche in Ucraina. «È troppo difficile stimare i rischi in questo momento», ha spiegato il chief executive Andrej Kostin. Vtb è tra le banche russe maggiormente esposte - insieme a Sberbank, Veb e a Gazprombank - per una somma stimata da Kostin attorno ai 28 miliardi di dollari. Ed è di 560 milioni l'esposizione di Vtb, in buona parte con grosse imprese esportatrici. Kostin ha aggiunto che Vtb intende restare in Ucraina nel lungo termine: «Speriamo - ha concluso - che la situazione si stabilizzi presto».

Accordo strategico a Mosca con Exiar

E due. Dopo la joint-venture con Renault-Nissan per il finanziamento di auto in Russia, UniCredit prosegue nella via dell'espansione a Mosca dove ha siglato un accordo di cooperazione strategica con Exiar, l'Agenzia russa per l'assicurazione del credito all'export e la protezione degli investimenti, società voluta direttamente dal Cremlino nel 2011 e costruita sul modello della nostra Sace per sostenere l'export russo.
L'intesa finanziaria è stata firmata da Mikhail Alekseev, ceo di ZAO UniCredit Bank, e Petr Fradkov, ceo di Exiar, in presenza di Federico Ghizzoni, a.d. di UniCredit Group. L'accordo è il primo ad essere firmato da Exiar con una banca estera operante in Russia. Ghizzoni, per l'occasione ha dichiarato: «Siamo orgogliosi di essere la prima banca estera operante in Russia a stabilire una partnership strategica con Exiar». E ne ha motivo, visto che UniCredit è anche coinvolta nel progetto strategico di potenziare il centro finanziario della capitale russa, un piano a cui il presidente Vladimir Putin tiene moltissimo. Secondo l'intesa, le principali aree di cooperazione tra Exiar e UniCredit saranno la fornitura di finanziamenti garantiti da copertura assicurativa di Exiar dei contratti di esportazione dei produttori più importanti della Russia, compresi i fabbricanti di prodotti high-tech (tra cui il Sukhoi Superjet-100), e il sostegno di investimenti esteri delle imprese russe. «Abbiamo lanciato il finanziamento delle esportazioni sotto copertura Exiar a fine 2013, e assistiamo già a una domanda in crescita per questo servizio tra i nostri clienti. Stimiamo di poter finanziare operazioni di export fino a un 1 miliardo di euro», ha detto Mikhail Alekseev, di UniCredit in Russia.

La Russia traina il fatturato

«Le nostre migliori clienti sono le russe, è a loro che pensano non solo i buyer del loro Paese, ma persino quelli di negozi e department store di Paesi dove le ricche famiglie russe vanno in vacanza, come Dubai». Simonetta Ravizza, direttore creativo del marchio nato dall'azienda di famiglia, Annabella Pavia, che ha fatto la storia della pellicceria in Italia, è entusiasta del successo che sta avendo in Russia e in altri Paesi dell'ex Urss. Ma aggiunge: «Comprano i pezzi più preziosi, ma non è facile accontentarle: parliamo di donne, e spesso uomini, che nell'armadio hanno già due o tre zibellini da 50mila euro minimo. Per vendere loro altri capi così preziosi bisogna giocare sulla creatività».
Nel 2013 il fatturato di Simonetta Ravizza – che ha sfilato nella prima giornata di Milano moda donna – è cresciuto del 15% a 15 milioni, con un peso dei Paesi dell'Est arrivato al 70%. «Dopo il flagshipstore di via Monte Napoleone, abbiamo aperto quelli di Tyumen, in Siberia, di Mosca, all'interno del Tsum, e di San Pietroburgo, ma nel 2014 inaugureremo due negozi in Kazakhstan, nella capitale Astana e ad Almaty, dove tutti vanno a sciare, e raddoppieremo lo spazio di Mosca», spiega la stilista-imprenditrice. L'Europa e l'Italia restano importanti e il valore aggiunto del made in Italy è la carta vincente anche per l'espansione in Cina («ma dobbiamo trovare il partner giusto»), Medio Oriente e Corea. «Grazie al nostro know how, alla possibilità di lavorare con le migliori concerie del mondo e allo sforzo creativo – conclude Simonetta Ravizza – vorremmo inoltre ampliare le collezioni primavera-estate, giocando sugli accessori e sugli abbinamenti tra pelli e tessuti. Anche per puntare a un pubblico più giovane».

Bologna punta sul mercato russo

Opportunità esponenziali di business e lavoro. Sono quelle che offre la Russia al made in Italy con il suo ingresso nel Wto e che Bologna ha deciso di cogliere con un approccio pionieristico partendo dalla formazione di manager ad hoc, in grado di accompagnare commercio e investimenti delle imprese nazionali in un mercato sempre più strategico non solo dal punto di vista economico ma anche geopolitico. Un Paese che ha un budget di investimenti di 35 miliardi l'anno per i prossimi dieci anni e in cui la via Emilia – seconda regione per export verso la Russia dopo la Lombardia, quasi 2 miliardi in valore annuo – si gioca una partita da protagonista tra alimentare, meccatronica, edilizia energia, nautica e turismo.
È in questo contesto che va letto il primo e unico master europeo in "Relazioni internazionali di impresa Italia-Russia" che l'Alma Mater ha presentato lo scorso mese. Un percorso con 21 studenti partito lo scorso 17 gennaio - in collaborazione con il gruppo Intesa Sanpaolo - e che si svilupperà fino all'autunno tra 1.500 ore di lezioni e stage. Gli studi di contrattualistica, tassazione e finanza internazionale, marketing, sistema bancario russo, diritto tributario e del lavoro sono la risposta alla fame di professionisti che arriva dalle 20mila aziende italiane che già operano in Russia (il 10% di quelle export oriented) e la via maestra per ampliare il bacino di operatori e business. «I rapporti commerciali Italia-Russia possono letteralmente esplodere – sottolinea Antonio Fallico, presidente di Banca Intesa Russia e dell'associazione Conoscere Eurasia – e lo conferma il +8,4% di interscambio nei primi 11 mesi del 2013, un anno non facile in cui il valore dei flussi con i partner storici europei è sceso. La conoscenza è il primo strumento per affrontare un mercato tuttora inesplorato dal made in Italy. Un esempio? L'import russo di agroalimentare vale 40 miliardi l'anno, l'Italia pesa appena un miliardo. E il retail alimentare nella Federazione raggiunge i 350 miliardi».
Sono 1,75 milioni i posti di lavoro per professionisti provenienti dall'estero cui la Russia intende assicurare ingressi agevolati. Un mare in cui il master bolognese rappresenta una prima goccia, «importantissima, perché esprime l'atteggiamento giusto di collaborazione e reazione di fronte a un'economia di guerra che ha ridotto del 25% la ricchezza che produciamo ma non le nostre potenzialità», afferma Gino Cocchi, consigliere Internazionalizzazione di Confindustria Emilia-Romagna, partner dell'Mba. Le filiere meccanica e moda della regione – ricorda Adriano Maestri, direttore regionale Intesa Sanpaolo – fanno da sole il 60% dell'export verso la Russia, l'alimentare appena un 4%. E da solo un gruppo alimentare come Cremonini – stima Fallico – potrebbe assumere tutti i primi venti studenti del master bolognese per sviluppare appieno le proprie potenzialità in Russia.
«L'Italia è un partner strategico primario e guardiamo con grandi attese al semestre di presidenza europea per rafforzare la nostra alleanza. È interesse comune che non ci siano fermate nello sviluppo delle relazioni bilaterali», chiosa l'ambasciatore russo in Italia, Sergey Razov, con un chiaro riferimento agli eventi in Ucraina.

L'effetto contagio colpisce rublo e bond russi

Non è una Russia in perfette condizioni di salute quella che promette 15 miliardi di dollari per il salvataggio dell'Ucraina e che minaccia guerra per la Crimea. Tutt'altro. L'anno scorso, la crescita economica si è arenata all'1,5%, meno della metà rispetto al 2012 e molto lontano dai tassi medi del 7% registrati nei dieci anni successivi al default del 1998. Ora, la crisi di Kiev rischia di rallentare ancora di più un'espansione che non supererà il 2% quest'anno, secondo le recenti previsioni del Fondo monetario internazionale.
Troppo piccola per mandare in bancarotta la nona economia più grande del mondo, l'Ucraina è comunque il quarto partner commerciale della Russia e sul suo territorio passa il gasdotto attraverso il quale transita oltre la metà del metano venduto da Gazprom all'Europa.
Se le monete della regione finora stanno reggendo l'urto della crisi politica (il fiorino ungherese è in flessione da due anni anche per precisa volontà di Budapest), il rublo ha perso l'1,7% questa settimana. Il calo da inizio anno si appesantisce così all'8,1%, facendo della moneta russa la peggiore tra quelle dei mercati così detti emergenti, fatta eccezione per il peso argentino. Peggio anche della lira turca, al centro della grave crisi valutaria di inizio anno e nonostante la Banca centrale sia intervenuta sul mercato per frenare la flessione del rublo. Al 7 febbraio, le riserve valutarie in cassaforte erano scese a 490 miliardi di dollari (erano 524 a ottobre). All'inizio del mese, il viceministro dell'Economia, Anfrey Klepach, aveva fatto sapere che l'esodo di capitali dalla Russia potrebbe raggiungere quota 35 miliardi di dollari nel primo trimestre dell'anno, oltre la metà dei 63 miliardi che hanno abbandonato il Paese in tutto il 2013.
Il coinvolgimento nella crisi ha accelerato la fuga dal rublo, come dimostra il fallimento dell'asta di titoli di Stato del 19 febbraio, la terza emissione cancellata in quattro settimane. Come risultato, i rendimenti sui titoli decennali viaggiano sopra l'8,5 per cento.
Il crollo delle quotazioni dei bond ucraini sta già scavando una perdita nei conti russi, deprezzando i titoli a due anni acquistati a dicembre, nel primo intervento a favore del Governo Yanukovich, con una tranche da tre miliardi di dollari. Alla bolletta dovrebbero aggiungersi gli altri 12 miliardi promessi per dissuadere l'alleato dal firmare il trattato di associazione con l'Unione europea. Pacchetto che, secondo gli analisti, potrebbe non bastare e quindi richiedere interventi successivi fino a lievitare anche fino a 50 miliardi. A tutto questo vanno sommati i 43 miliardi sborsati - rispetto ai 12 stimati - per fare dei Giochi invernali di Sochi la vetrina della potenza russa. Un lussuoso show, allestito anche per promuovere la Russia come destinazione per gli investimenti internazionali. La costosa operazione di marketing è già stata però oscurata dal coinvolgimento nel caos di Kiev.
Secondo Morgan Stanley, gli investitori starebbero scaricando il rublo per coprirsi dalle perdite sugli asset in Ucraina. La Borsa ha perso l'1,5% quest'anno e l'indice Micex viaggia a 5,3 volte gli utili attesi per i prossimi 12 mesi, circa la metà dei prezzi che gli operatori sono disposti a pagare per le azioni dell'indice Msci dei mercati emergenti.
Raggiunto dalla Bloomberg, Vladimir Bragin, di Alfa Capital a Mosca, prova a spiegare cosa passa per la testa degli investitori: «Da un punto di vista psicologico, i disordini in Ucraina penalizzano la percezione della Russia: la prima reazione è di vendere Russia e tagliare i rischi». Preoccupazioni che Mosca non può permettersi di ignorare. Intanto la Russia ha deciso di sospendere la seconda tranche di aiuti (due miliardi) «nel timore che la somma non possa essere restituita», come ha annunciato il ministro delle Finanze Anton Siluanov.

Mini-rublo? Non ditelo a Indesit

Il rublo è un pugile suonato, messo ko dall'euro. Alla fine di febbraio ci volevano 49 biglietti della moneta di Mosca per comprarne solo uno della divisa di Eurolandia. Piangono le griffe del lusso italiane e i turisti russi: lo shopping del Made in Italy diventa sempre più costoso. Ma piangono anche altri, più insospettabili: come la Indesit, in quel di Fabriano in mezzo agli Appennini. Altro che le frizioni familiari in seno ai figli di Vittorio Merloni, che hanno tenuto banco per mesi e ora si sono risolte in modo non traumatico; altro che la ricerca di uno sposo per un matrimonio ormai indispensabile. La vera preoccupazione per il colosso italiano degli elettrodomestici è il mini-rublo: la Russia è stata negli ultimi anni il salvagente, un mercato in costante crescita mentre l'Europa entrava in stagnazione. L'Est Europa da sola pesa per poco meno della metà dei ricavi totali (38%). Ma l'anno scorso la Russia ha perso il 15% di ricavi: un 10% è colpa di un'improvvisa caduta dei consumi. Il resto al Super-Euro. Se il rublo continua a calare, in un mercato che ha smesso di correre, sarà un problema.

E l'Amarone conquistò l'Hermitage

Nella vetrina culturale più prestigiosa della Russia sarà il made in Italy a farla da padrone. L'azienda vinicola Allegrini, nota a livello internazionale per il suo pluripremiato Amarone, ha firmato a San Pietroburgo un'intesa con il museo Hermitage: sarà veneto, dunque, il vin d'honneur che sarà servito per i prossimi cinque anni ai banchetti di uno dei più prestigiosi musei del mondo, a partire dai festeggiamenti per i 250 anni dell'Hermitage che inizieranno nei prossimi giorni.
Grazie all'intesa firmata dal direttore del museo Michail Piotrovky e da Marilisa Allegrini, ci saranno nei prossimi anni brindisi di delegazioni culturali e politiche all'insegna dell'Amarone della Valpolicella Classico doc 2009, con l'etichetta speciale "Amarone doc per l'Hermitage".
Un bel colpo per l'azienda italiana che potrà così farsi conoscere ulteriormente in Russia, attualmente ottava per l'export di Allegrini (ai primi posti Stati Uniti e Svezia) e mercato dove la borghesia di fascia medio alta mostra di apprezzare sempre più il vino italiano.
Già alla fine del 2013 un altro prodotto di casa nostra, il Prosecco doc, aveva conquistato il prestigioso titolo di vin d'honneur dell'Hermitage per quanto riguarda le bollicine e subito dopo la firma dell'intesa era scattato un ordine di 500mila bottiglie per la Russia.
L'Amarone Allegrini sarà, invece, la bandiera tricolore per il rosso, un rosso di prestigio ottenuto grazie all'appassimento delle uve. Ma oltre all'aspetto economico, c'è un aspetto culturale da non considerare secondario. Con questo accordo inizia una collaborazione fra l'azienda vinicola e il museo di San Pietroburgo per sviluppare ricerche, convegni, eventi per sottolineare il legame fra arte e vino.
Allegrini chiede anche all'Hermitage di poter ospitare ogni anno una delle sue opere nella sede di Villa della Torre, splendida costruzione del Cinquecento nel veronese, creando così un evento di richiamo. Si tratterà di opere legate in qualche modo al vino e alla coltivazione, per incrementare ulteriormente il legame fra vino e cultura già portato avanti da Allegrini con la Peggy Guggenheim a Venezia e New York.
«Allegrini è entrato nel mondo dell'arte dalle porte principali già con Guggenheim – ci dice Marilisa Allegrini –. Questo accordo con Hermitage ci rende particolarmente orgogliosi. Siamo molto interessati al mercato russo, questa è un'operazione sia commerciale che culturale. Come dicono al Guggenheim "l'arte ispira l'impresa, l'impresa fa vivere l'arte". Credo che molti imprenditori debbano fare così».


Pagine a cura de Il Sole 24 Ore