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EDITORIALE N.323

I primi cento anni della Rappresentanza Commerciale della Federazione Russa in Italia
di Antonio Fallico

APPROFONDIMENTI DI RUSSIA24
Gli italiani nelle regioni della Russia: tradizioni e innovazioni.
Intervista a Gianguido Breddo, Console onorario dell’Italia nei territori di Samara e di Uljanovsk.


l 26 dicembre 1921 l’Italia e la Repubblica Federativa Socialista Sovietica di Russia concludevano a Roma l’Accordo preliminare per la ripresa dei commercio fra i due Paesi, in attesa della conclusione di una convenzione commerciale e di un trattato generale definitivo che regolasse il complesso delle loro relazioni economiche e politiche. L’articolo 13 dell’Accordo fissava al 26 giugno 1922 il termine per la conclusione degli accordi definitivi.
È passato un secolo da quel primo Accordo preliminare maturato in un contesto storico che sembra avere dei tratti comuni con quello attuale, malgrado il nostro pianeta nel frattempo abbia attraversato e vissuto molte epoche e radicali cambiamenti.
La Russia all’indomani della Rivoluzione di Ottobre non soltanto venne isolata politicamente ed economicamente, ma addirittura fu invasa dalle potenze dell’Intesa.
Il 10 novembre 1917, tre giorni dopo la conquista del potere da parte dei bolscevichi, il londinese “Morning Post” lanciò un appello per l’intervento degli alleati in Russia. La campagna per l’intervento in Russia toccò il suo punto massimo all’inizio del giugno 1918, quando scese in campo il “Corriere della sera” con una serie di articoli nei quali perentoriamente invitava il governo e l’Intesa a sostituire nei confronti della Russia la politica dell’attesa e della passività con quella dell’azione. Il 2 agosto truppe francesi e inglesi e una cinquantina di marinai americani sbarcarono al porto settentrionale russo di Arkhanghelsk (Arcangelo). L’occupazione della città segnò il reale inizio dell’intervento alleato in Russia. Le imprese dei corpi di spedizione italiani tanto nella Russia del Nord quanto in Siberia sono rimaste oscure e furono anche poco gloriose, anche se giudicate con criteri esclusivamente militari.
Nel frattempo l’Italia cominciò a essere inondata da visitatori ufficiali e semiufficiali provenienti dal Caucaso che richiedevano l’appoggio del governo italiano alla causa della loro indipendenza nazionale. Tra i primi furono i rappresentanti della neonata Repubblica Nordcaucasica, formatasi dall’unione dei circassi del Caucaso del nord e del Daghestan, proclamatasi indipendente l’11 maggio 1918.
Qualche mese dopo fu il turno delle cooperative ucraine, autoproclamatesi indipendenti da qualsiasi potere politico, che nel maggio 1919 si incontrarono a Milano con i rappresentanti della Lega delle cooperative. Nello stesso periodo una delegazione dell’Azerbaijan, veniva ufficialmente ricevuta al ministero degli Esteri. Più tardi giunse a Roma anche una missione economica della Repubblica del Kuban.
Ma altre e più numerose missioni armene e georgiane giunsero in quel periodo in Italia, che furono meglio accolte e accreditate, per le loro relazioni speciali ab antiquo con il nostro paese.
Malgrado l’accerchiamento economico e politico e l’invasione militare del suo territorio, la giovane Russia sovietica non soltanto consolidò il suo potere all’interno, ma cominciò a tessere relazioni costruttive a livello internazionale.
La grande stampa liberal-democratica italiana condivise la politica di non intervento e di disimpegno militare in Russia, quale corollario al programma di riduzione delle spese militari e di eliminazione delle cause della lotta di classe. Nel giugno 1919 “La Stampa” dipinse la campagna interventista come una grande mistificazione a copertura degli interessi delle Borse di Parigi e di Londra, avvertendo che la ricostruzione della Russia doveva avvenire non per intrusioni straniere, ma grazie a forze interne. Il rimpatrio dei contingenti italiani fu deciso dal governo di Francesco Saverio Nitti alla fine di giugno 1919 e fu completato quasi un anno dopo.
L’8 novembre 1919 David Lloyd George fece il suo famoso discorso alla Guid Hall nel quale dichiarò che per sciogliere il nodo russo si sarebbero dovuti trovare “other methods”. Negli interventi successivi del 13 e del 20 novembre, per la prima volta il premier inglese parlò della Russia come di un problema economico e non più politico e ideologico.
Intanto il governo italiano l’1 dicembre 1919, giorno dell’inaugurazione della nuova legislatura, veniva sollecitato dai socialisti, forti di avere triplicato i propri voti nella nuova Camera, a riconoscere lo Stato rivoluzionario sovietico e a riprendere a pieno titolo tutti i rapporti con Mosca. Il 13 dicembre seguente, nella seduta parlamentare, Nitti fece approvare una mozione all’unanimità che auspicava l’abbandono di ogni intervento negli affari interni della Russia, la fine del blocco economico e la ripresa dei rapporti “con tutti i governi esistenti di fatto in Russia”. Il 31 dicembre Mosca diffuse un radiogramma rivolto al governo italiano per esprimere il “giubilo del popolo russo” in seguito alla notizia della ripresa delle relazioni diplomatiche con il governo sovietico, votata dal Parlamento italiano il 13 dicembre precedente.
Nelle riunioni di Parigi, dall’11 al 19 gennaio 1920, Lloyd George e Nitti costrinsero il primo ministro francese Georges Clemenceau ad ascoltare i rappresentanti dell’Inocentr, l’unione delle cooperative russe, sulla possibilità di riprendere i commerci con la Russia attraverso le loro organizzazioni. Il 7 febbraio successivo Nitti confermò in Parlamento l’impegno dell’Italia a ristabilire i rapporti con Mosca, dopo la decisione in tal senso assunta dal Consiglio supremo degli alleati il 16 gennaio precedente. In questo clima maturò la svolta storica nelle relazioni fra il mondo occidentale e la Russia sovietica nel primo dopoguerra.
Dopo che l’Inghilterra ebbe avviato, non senza difficoltà, dei rapporti con la Repubblica Federativa Socialista Sovietica Russa che avrebbero dovuto portare a una civile cooperazione commerciale tra i due stati, anche l’Italia decise di iniziare delle trattative dirette con Maksim Litvinov inviato dal governo bolscevico a Copenaghen per negoziare con gli inglesi in un territorio considerato neutrale.
Il 24 marzo 1920 i deputati Angelo Cabrini e Nicola Bombacci, delegato della Lega nazionale delle cooperative, si incontrarono per la prima volta, apparentemente in modo informale, ma nella piena consapevolezza del governo italiano dell’azione dei negoziatori, con Maksim Litvinov, nominato da Lenin plenipotenziario per negoziare con i governi britannico, tedesco, francese, italiano, americano e giapponese la conclusione di patti di normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Le trattative per regolare la ripresa degli scambi commerciali si conclusero a Copenaghen il 29 marzo con la firma di un accordo preliminare in base al quale le cooperative italiane ottenevano il monopolio per tutte quelle transazioni economico-commerciali che esse coprivano “in proprio”. Per la parte delle attività non coperte da esse, l’organismo tecnico appena costituito ad hoc avrebbe servito da intermediario tra il Centrosojuz, unione delle cooperative russe di consumo, e le imprese private italiane.
Il 25 maggio 1920 da Milano dopo lunghi preparativi e varie polemiche partì per la Russia una delegazione mista politico-economica, organizzata e finanziata dal governo. Dopo un lungo giro da Berlino a Copenaghen, Stoccolma e Tallinn, i delegati arrivarono a Pietrogrado il 6 giugno e vi soggiornarono una settimana. Il 15 giugno si trasferirono a Mosca, trattenendosi in Russia per diversi mesi per fare ritorno in Italia alla spicciolata fra l’agosto e il settembre. Il 28 giugno intanto fu completato negli aspetti contabili e del credito l’accordo commerciale preliminare già firmato il 29 marzo. Furono stabilite delle forniture medicali e di macchine agricole da parte della cooperazione italiana alla Russia in cambio di forniture di petrolio russo all’Italia. Ma i frutti della missione furono deludenti.
Intanto la Consulta, influenzata da sentimenti antisovietici, ritardava di otto mesi l’arrivo in Italia della delegazione sovietica. Soltanto il 14 marzo 1921 la missione commerciale sovietica, guidata dall’incaricato d’affari Vaclav Vorovskij, che era accompagnato da otto persone, giunse a Roma, senza aver ricevuto le immunità attribuite dal governo italiano agli agenti diplomatici accreditati. Queste furono concesse il 26 maggio successivo dal ministro degli Esteri Carlo Sforza, che le estese a tutti i membri della delegazione e ai loro uffici, dopo che Vorovskij aveva minacciato di ritornare in Russia. Intanto il 16 marzo i delegati inglesi Bonar Law e Robert Horne avevano firmato con Leonid Krasin, presidente della rappresentanza sovietica a Londra, la convenzione commerciale.
A seguito alle prospettive aperte dalla Nuova Politica Economica (Nep) sul terreno delle concessioni alla fine del 1921 effettivamente maturò la convergenza in Italia fra gli interessi industriali del Nord e quelli del Mezzogiorno, legati all’esportazione degli agrumi: combinazione storica attorno alla quale si erano sviluppati i rapporti economici italo-russi nei primi anni del Novecento.
Questa combinazione di interessi espresse una situazione parlamentare, formata da comunisti e da socialisti, da parte dei popolari e da liberali, la quale il 23 dicembre spinse il governo Ivanoe Bonomi - Pietro Tommasi Della Torretta alla conclusione di quel primo Accordo preliminare italo-russo, che dovette aspettare altri due anni per essere ratificato. A esso tuttavia seguì l’istituzione di delegazioni economiche a Roma e a Mosca, forma deguisée di rappresentanze diplomatiche. La prospettiva della conferenza economica di Genova, la prima assise internazionale a cui fosse stata invitata la Russia sovietica, irrobustì la combinazione di interessi costituitasi nel 1921, determinando un intreccio di iniziative a livello politico, imprenditoriale e di autorità governative, aventi come obiettivo comune la ripresa degli scambi commerciali con Mosca e principalmente l’acquisto delle materie prime di cui era particolarmente ricca la Russia, “il grano e il carbone sopra tutte”. Per realizzare questo obiettivo fu costituita una società denominata Cice, che avrebbe dovuto svolgere un’azione di intermediazione commerciale fra il potere bolscevico e le industrie italiane, acquisendo gli ordini, stabilendo le modalità di pagamento e curando il trasporto delle merci da e per la Russia. Essa giunse a rappresentare 36 industrie, tra le quali Fiat, Pirelli, Snia Viscosa e Marelli, e tutti i principali gruppi cotonieri: 200 stabilimenti e 130 mila operai.
Alcuni ambienti finanziari, in particolare la Banca commerciale italiana, perseguirono la strategia dei “grandi affari” puntando a contribuire alla ricostruzione della Russia. Per poter realizzare questo piano così impegnativo sarebbe stato assolutamente necessario raggiungere un accordo con le autorità sovietiche, che avrebbe dovuto contenere precise garanzie economiche e politiche.
La conferenza economico-finanziaria di Genova, inaugurata presso l’albergo Imperiale di S. Margherita Ligure il 10 aprile al fine di regolare le relazioni tra la Russia sovietica e il mondo capitalista, e protrattasi sino al 19 maggio 1922 sarebbe stata la sede opportuna per ricercare da parte italiana un accordo definitivo con Mosca. Vi parteciparono 1254 delegati in rappresentanza di 39 paesi, tra i quali una sessantina di sovietici, fra esperti e funzionari, con a capo Litvinov e Krasin.
Ma i negoziati italo-sovietici durante la conferenza di Genova si rivelarono difficili e inficiati dalla reciproca diffidenza. Inoltre, la crisi del gabinetto Bonomi-Della Torretta, apertasi subito dopo l’annuncio ufficiale della conferenza e risoltasi alla fine di febbraio con la costituzione del ministero Luigi Facta-Carlo Schanzer, ritardò i lavori delle quattro commissioni istituite per esaminare gli aspetti fondamentali degli stessi negoziati. Soltanto il 24 maggio 1922 si riuscì a siglare un secondo Accordo preliminare, che, tra l’altro, conteneva una clausola che ne sospendeva la validità, qualora entro dieci giorni dalla data di stipulazione non fosse intervenuta l’approvazione definitiva dei rispettivi Governi.
Il ministro degli esteri Shanzer oppose la riserva di ratifica, essendo preoccupato di non sfidare gli alleati dell’Intesa e “spaventato” dalle ripercussioni da parte della Francia e della Gran Bretagna, certamente poco soddisfatte “di vederci prendere piede stabilmente in Russia prima di loro”, secondo Ettore Conti, delegato da parte italiana alla stessa Conferenza di Genova, autorevole imprenditore e vicepresidente della Banca Commerciale Italiana.
Nei propri diari Conti affermava: “Nelle attuali difficoltà economiche la Russia per noi può diventare un elemento tutt’altro che trascurabile. Se non potremo ritirare subito grano, carbone e semi oleosi...almeno il petrolio che è diventato un elemento fondamentale della vita economica, non ci dovrebbe mancare senza farci iugulare dai monopoli detenuti da Stati Uniti e Inghilterra. Dalla Russia potremo avere il combustibile liquido pagandolo con i prodotti della nostra industria, principalmente meccanica, ingranditasi durante la guerra e bisognosa di mercati”. Egli aveva partecipato a Parigi nel dicembre del 1921, sempre in rappresentanza dell’Italia, a una riunione al Quai d’Orsay con gli ex alleati “per discutere possibilità e convenienze di un avvicinamento delle varie economie occidentali alla Russia dei Soviet», che portò all’affermazione del principio “ di lasciare ad ogni paese l’iniziativa per avviare delle trattative commerciali, che possono portare ad una ragionevole intensificazione degli scambi”.
L’unica concessione che la Consulta consentì nei confronti del governo sovietico fu quella di inviare a Mosca il corrispettivo di Vorovskij, cioè un delegato commerciale, rendendo bilateralmente operativo con un anno di ritardo, l’accordo sullo scambio delle delegazioni. A ricoprire tale incarico fu chiamato Giovanni Amadori Virgili, che aveva svolto la missione ricognitiva in Russia nella primavera del 1920. Egli giunse a Mosca il 28 maggio 1922. Ma la spinta decisiva all’accordo italo-sovietico e imposta alla diplomazia di palazzo Chigi venne dai settori economici interessati al mercato russo, da quelli collegati alla Camera di commercio italo-russa per l’Italia di Milano, dalla Cice, interessata a sgombrare il terreno dagli impedimenti di natura politica e a svolgere la propria attività in Russia in un quadro di certezza giuridica, ma soprattutto dalla Banca commerciale italiana, che in seguito costituì alcune società miste con la partecipazione sovietica e della stessa Rappresentanza Commerciale dell’Urss, tra le quali la Società Mista Italo-Russa di Commercio e Trasporti (Irtrans).
Nell’agosto del 1923 la partecipazione italiana alla Fiera campionaria pan russa di Mosca fu massiccia e riscosse un autentico successo di interesse di pubblico e di stima. Il padiglione italiano, costruito appunto dalla Cice, fu il più importante e il più ricco di tutti i padiglioni esteri. Esso ospitava il Gotha dell’industria meccanica, tessile, vinicola italiana: Pirelli, Marelli, Tosi, Florio, Martini e Rossi; e infine la Fiat, che accrebbe il proprio prestigio con la vittoria ottenuta da Alessandro Cagno nella grande corsa automobilistica Mosca-Pietrogrado-Mosca, organizzata per l’occasione. Questi gruppi, nell’estate del 1923, alimentarono una campagna di stampa in favore della ripresa dei negoziati con la Russia attraverso le colonne dei principali e più autorevoli quotidiani italiani.

La ripresa del negoziato, che doveva portare alla conclusione dell’accordo commerciale, ebbe luogo il 17 ottobre 1923 a palazzo Chigi. Benito Mussolini accettò le condizioni inviate dal Commissario del Popolo per gli Affari esteri dell’Urss, Gheorghij Chicherin, a Roma in cambio del riconoscimento politico. Il 30 novembre, durante il dibattito parlamentare che doveva convertire in legge il decreto che doveva dare esecuzione all’accordo preliminare italo-russo del 26 dicembre 1921, Mussolini tolse pubblicamente la “foglia di fico” alla ripresa dei rapporti italo-sovietici. Non pose alcun ostacolo al riconoscimento de jure della Russia, chiedendo come contropartita soltanto un buon trattato di commercio e concessioni per le materie prime. A queste condizioni il governo sovietico acconsentì a firmare il 7 febbraio 1924 a Roma l’accordo italo-sovietico sul commercio e la navigazione, che, dopo sette anni di interruzione ristabiliva le normali relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Oggi sembra di essere tornati agli inizi del Novecento. Malgrado il contributo fondamentale da parte dell’Urss alla sconfitta del nazifascismo e alla grande Vittoria del 1945, il dissolvimento delle barriere e dei pregiudizi ideologici seguito alla implosione dell’Urss nel 1991 e il ruolo vitale avuto dalla nuova Russia per lo sviluppo economico e sociale internazionale, da parte dell’Unione Europea e degli Usa assistiamo, purtroppo, con il pretesto di difendere nobili ideali a una campagna russofoba che si materializza in sanzioni di vario genere illegali.
La storia ci insegna che a volte le cose cambiano...senza cambiare.
Anche questa volta il tentativo di accerchiare e isolare la Russia, indebolendone lo sviluppo economico, politico e geopolitico, è destinato a fallire come cento anni fa. Soprattutto ora che la governance mondiale monopolare scricchiola dalle fondamenta e ci avviamo verso un mondo multipolare. In tale contesto è fondamentale la diplomazia delle imprese e dell’intero business, orientata a mettere le esigenze della natura e dell’uomo al centro dell’economia. La cooperazione nei vari settori dell’economia, tra la Russia e l’Italia, ma anche in un contesto geografico e geopolitico molto più ampio, rimane la migliore soluzione per un’uscita efficiente e rapida dalla crisi globale che viviamo. Nuove prospettive si aprono con un approfondimento delle interazioni industriali e tecnologiche, con il lancio di coproduzioni: non solo il “Made in Italy” ma il “Made with Italy” e, perché no, il "Made with Russia", per soddisfare delle domande specifiche nei reciproci Paesi e anche dei mercati di Paesi terzi.
La Rappresentanza commerciale della Russia in Italia ha un ruolo indispensabile e vitale in questa storia che stiamo scrivendo insieme, come lo ha sempre saputo svolgere in periodi difficili e anche a volte critici nei cento anni della sua storia.

Antonio Fallico, presidente di Banca Intesa Russia e dell’Associazione “Conoscere Eurasia”

Per maggiori informazioni:
Internet: http://www.rcrussia.it/indexit.htm

 


 

Gli italiani nelle province russe: tradizioni e innovazioni
Intervista a Gianguido Breddo, Console onorario dell’Italia nei territori di Samara e di Uljanovsk

li immigrati in Italia sono l’8% della popolazione, poco meno di cinque milioni. Le comunità straniere più numerose, per qualcuno sarà sorprendente, sono quella rumena (un milione e duecentomila), albanese e marocchina (entrambe un po’ più di quattrocentomila).
I cinesi sono trecentomila, e al quinto posto ci sono gli ucraini, con 240 mila, nonostante che in Patria siano una quarantina di milioni, mentre i russi sono appena quarantamila, nonostante i 146 milioni della Russia, piazzandosi al 24-mo posto. Viceversa, ogni anno dall’Italia emigrano più di centomila persone, gli iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) nel mondo sono ormai oltre quattro milioni. Tuttavia, in Russia sono appena 4.081, 56-mo posto, parliamo di una “emigrazione” atipica, si tratta per lo più di un ambiente “imprenditoriale” e di ristorazione. Andando più nel dettaglio, ovviamente le comunità italiane più numerose si trovano a Mosca e provincia (rispettivamente, 2.528 e 410, su 13 ed 8 milioni di abitanti, più di tutto il Belgio messo assieme) e a San Pietroburgo (697 su cinque milioni). Eppure, per ragioni storiche (Crimea, ma è solo un esempio) ed economiche, troviamo delle comunità italiane là dove meno ci si aspetterebbe di trovarle, tra gli 85 “soggetti di Federazione” e gli otto distretti federali di cui è composto il Paese. Oggi vogliamo analizzare la situazione di Samara, una città di oltre un milione di abitanti, nel distretto federale del Volga, dove abbiamo raggiunto Gianguido Breddo, corrispondente consolare italiano.
Cominciamo con la domanda più ovvia, per rendere un quadro ai nostri lettori: 95 gli italiani nel territorio di tua competenza. Come mai siete al quarto posto? Presenza nei secoli, evoluzione, attuali fasce di età, occupazione, anni di permanenza in Russia?
I numeri esatti, riferiti alla nostra Circoscrizione Consolare, sono questi:
• Samara: 33
• Togliatti: 19
• Altre cittadine della regione di Samara: 3
• Regione di Uljanovsk: 13
• Repubblica del Tatarstan (Kazan e Naberezhnye Chelny): 32
La Regione di Samara conta due città importanti, Samara stessa, con 1,2 milioni di abitanti, e Togliatti, con 0,7. In pratica, ci vive il 70% di tutta la regione, che è grande come Veneto e Lombardia messe insieme.
Prima della caduta dell’URSS, praticamente non vi era emigrazione dall’occidente, poiché Samara era una città chiusa agli stessi russi.
In questi ultimi 25 anni (da quando ricopro la carica), vi è stato a Samara un notevole turnover di italiani, molti dei quali se ne sono andati dopo le varie crisi (nazionali e internazionali), che hanno caratterizzato questi ultimi anni. Ora, dall’Italia, molti si informano sulla situazione, perché temono che in Patria non vi siano possibilità di impiego o lavoro a breve. Non vi è fra i nostri connazionali una predominanza specifica, visto che si adattano a fare un po’ di tutto: ristorazione, tecnici, operai, insegnanti e commercianti.
Da notare che invece vi è stato un significativo aumento di immigrati dalla Francia, che qui ha aperto molte grandi aziende.
Diversa la situazione alla città di Togliatti, dove l’immigrazione italiana negli anni ’70 è stata massiccia, per la costruzione della fabbrica di automobili con la FIAT. In alcuni anni, fra FIAT e indotto, si contavano quasi 70.000 emigranti, molti dei quali hanno vissuto qui per quasi dieci anni. Non a caso si dice che nella popolazione di Togliatti scorra molto sangue italiano!
Poiché la FIAT è stata sostituita da Renault, ovvio che ora la quota italiana si sia ridotta a una trentina di emigrati, mentre quella francese sia salita di molte decine di unità.
Samara e provincia hanno avuto finora 50 mila contagiati, 49 mila guariti ed un migliaio di morti. Quanto ha inciso la pandemia sul tessuto economico e sociale, e in particolare sulla comunità italiana?
L’impatto sulla nostra piccola comunità è stato quasi nullo, nel senso che quasi nessuno è ritornato in Italia per questo motivo, sentendosi forse qui più al sicuro. Devo dire che all’impatto all’inizio dello scorso anno è stato abbastanza negativo per la ristorazione, perché in un primo tempo era consentito solo l’asporto, ma con l’estate i ristoranti hanno ricominciato a lavorare, anche se con orario ridotto (chiusura alle ore 23). Praticamente, l’unico obbligo è stato quello, all’interno dei negozi, di vendere e acquistare solo indossando la mascherina. Pareva quasi che il Covid non fosse un problema che riguardasse Samara. Negativo invece il fatto che gli ospedali lavoravano (al di fuori del Covid) solo per patologie molto gravi ed urgenti. Comunque, picchi come si sono registrati a Mosca o addirittura in Europa, qui non si sono visti.
Qual è la “penetrazione” culturale italiana nel vostro territorio? Iniziative, convegni, cinema, concerti, corsi (linguistici, culinari, ecc.)?
Nonostante la presenza italiana sia numericamente ridottissima, l’influenza italiana è molto forte, per non parlare di Togliatti che, ancora oggi, si sente “città italiana in Russia”.
Non passa giorno che non si aprano manifestazioni culturali che si richiamano all’Italia: arte, musica e cucina, oltre all’abbigliamento, la fanno da padrona. Quasi tutte le università offrono corsi di lingua italiana, e molti insegnanti privati sono arrivati negli ultimi anni. Non a caso, prima della pandemia l’Italia era la meta preferita dei “samarzi”.
Da notare che a Togliatti opera una delle pochissime filiali della “Dante Alighieri”, la più seria organizzazione di lingua italiana con sedi in tutto il mondo.

a cura di Mark Bernardini

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