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EDITORIALE N.318

Il Cremlino si prepara al dopo Trump: nessun miglioramento nell’atteggiamento statunitense nei confronti della Russia

Per il ministro degli Esteri russo, Serghej Lavrov, “Biden farà una politica simile a Obama” – È però possibile la cooperazione con Washington in materia di protezione dell’ambiente - Il presidente russo, Vladimir Putin, ha incaricato il governo di ridurre, entro il 2030, le emissioni di gas serra fino al 70% rispetto ai livelli del 1990 – E questo nonostante le difficoltà che l’economia russa sta attraversando a causa della pandemia di coronavirus.


er Mosca Biden farà una politica simile a Obama. Il ministro degli Esteri russo, Serghej Lavrov, ha previsto che la politica estera degli Stati Uniti sotto Joe Biden “nel caso di un insediamento” sarà simile a quella vista sotto il presidente Barack Obama, in particolare sull’Iran e soprattutto per quel che riguarda il “cambiamento climatico”.
Ad esprimersi più chiaramente sulle prospettive delle relazioni USA-Russia dopo la vittoria del democratico Joe Biden alle elezioni presidenziali statunitensi è stato Leonid Slutskij, presidente della commissione per gli affari esteri della Duma di Stato, secondo cui “con la vittoria di Biden non ci si dovrebbe aspettare alcun miglioramento nell’atteggiamento statunitense nei confronti della Russia”. Slutskij ha sottolineato che nella sua retorica elettorale, Biden ha ripetutamente definito il Cremlino il “principale nemico” degli Stati Uniti.
“È improbabile che Biden possa apportare degli aggiustamenti positivi nella politica di Washington nei confronti della Russia, dato che ha partecipato personalmente all’avvio delle sanzioni anti-russe quando era ancora vicepresidente, ma Mosca è pronta a lavorare con qualsiasi capo dell’amministrazione statunitense”, ha sottolineato Slutskij. Allo stesso tempo, chiarisce Slutskij, Biden potrebbe dare un po’ di costruttività alla politica estera statunitense: “Molti analisti non hanno escluso la possibilità di un ritorno degli Stati Uniti all’accordo sul clima di Parigi”, ha commentato il deputato. Inoltre ci si aspetta che Biden da presidente possa rianimare l'accordo russo-americano sulla riduzione delle armi strategiche.
Nella situazione attuale, la Russia attribuisce grande importanza alla cooperazione internazionale in materia di protezione dell’ambiente. Il 4 novembre, il presidente russo, Vladimir Putin, ha incaricato il governo di ridurre, entro il 2030, le emissioni di gas serra fino al 70% rispetto ai livelli del 1990 e di creare una strategia per lo sviluppo industriale della Russia con un basso livello di emissioni di gas serra entro il 2050.
Questa decisione è stata presa nonostante le difficoltà che l’economia russa sta attualmente attraversando a causa della pandemia di coronavirus. Secondo la Banca Centrale russa, “il ritorno dell’economia russa ai livelli pre-crisi avverrà nella prima metà del 2022”. Come affermato dalla governatrice della Banca Centrale, Elvira Nabiullina, “nel terzo trimestre l’economia russa si è ripresa più velocemente di quanto inizialmente preventivato, ma nel quarto trimestre e all’inizio del 2021 il recupero sarà più lento del previsto a causa dell’aggravarsi della situazione pandemica”.
“Con l’aggravarsi della situazione pandemica nel quarto trimestre e possibilmente all’inizio del 2021, l’economia si riprenderà un po’ più lentamente di quanto stimato in precedenza. Pertanto, la crescita del PIL della Russia nel 2021 è stata rivista di 0,5 punti percentuali fino al 3,0-4,0%”, ha dichiarato Nabiullina, aggiungendo che “un ritorno ai livelli di sviluppo economico pre-crisi avverrà nella prima metà del 2022”.
A novembre la Banca Centrale ha migliorato la previsione relativa al calo del PIL russo nel 2020, portandola al 4-5% (rispetto al precedente 4,5-5,5%), mentre per il 2021, al contrario, ha peggiorato la previsione di crescita stimando il 3-4% (rispetto al 3,5-4,5%). Per il 2022-2023 la previsione di crescita economica si è mantenuta sugli stessi livelli del 2,5-3,5% e del 2,0-3,0% rispettivamente.
Nabiullina ha aggiunto che la Banca Centrale vede ancora spazio per un taglio del tasso di interesse di riferimento, e che a dicembre, quando si dovrà decidere sulla possibilità di tale riduzione, il regolatore valuterà i fattori geopolitici e la situazione dei mercati finanziari.
“Il deterioramento della situazione per via della pandemia avrà principalmente un effetto disinflazionistico. Anche un possibile rallentamento della crescita economica globale sta prendendo la stessa direzione. Al tempo stesso sono aumentati i rischi inflazionistici a breve termine legati alla situazione dei mercati finanziari.
Un impatto al rialzo dei prezzi potrebbe verificarsi anche se la situazione epidemiologica dovesse avere un effetto significativo non solo sulla domanda, ma anche sull’offerta di beni e servizi.
Sebbene il rapporto tra fattori inflazionistici e disinflazionistici possa cambiare a breve termine, si stima che a medio termine i rischi disinflazionistici prevarranno. Pertanto, crediamo ci sia ancora margine per ridurre il tasso di riferimento”, ha dichiarato Nabiullina dopo la riunione del Consiglio di Amministrazione della Banca Centrale del 6 novembre, durante la quale si è deciso di mantenere il tasso al 4,25%.
Una delle misure chiave per sostenere l’economia russa è stimolare le esportazioni. In particolare, nel novembre 2020, sono state approvate le modifiche al progetto nazionale “Cooperazione internazionale ed esportazione”, il cui obiettivo principale dovrebbe essere, entro il 2024, aumentare a 146 miliardi di dollari all’anno le esportazioni non energetiche e di beni diversi dalle materie prime.

APPROFONDIMENTI

La Redazione di Russia24 continua a ricevere le richieste dei lettori di pubblicare integralmente il discorso del Professor, Antonio Fallico, presidente dell’Associazione “Conoscere Eurasia” e di Banca Intesa Russia al Forum Economico Eurasiatico di Verona il 22 ottobre 2020



Cari Amici,

Porgo il mio più caloroso benvenuto al nostro XIII Forum Eurasiatico di Verona, che a causa dell’attuale recrudescenza della propagazione del Covid-19 in Italia, Europa, Asia, Australia e Americhe, svolgiamo, purtroppo in collegamento streaming con l’Italia, Russia, Cina, Bielorussia, Kazakhstan e con altri Paesi dell’Eurasia, raggiungendo una platea di oltre duemila persone.
Mi dispiace di non vedervi e parlarvi di persona. Nessuno avrebbe potuto immaginare, quando ci siamo incontrati l’anno scorso qui, che proprio la presenza fisica al nostro evento sarebbe diventata così preziosa, anzi un grande privilegio. Come si dice in russo: non conserviamo ciò che abbiamo; e quando lo perdiamo, piangiamo.
Infatti a causa della pandemia l'Associazione "Conoscere Eurasia" è stata costretta dal marzo scorso ad annullare quasi tutte le sue iniziative annuali previste in Italia, Russia, Bruxelles, Vienna e Parigi, ad eccezione del seminario sui rapporti economici tra la Regione di Sverdlovsk e l’Italia, svoltosi il primo ottobre passato (per maggiori informazioni si può consultare il no.317 di Russia24, N.d.R.).
È comunque un miracolo, quindi, che possiamo svolgere questo Forum, seppure a distanza, in una fase di acuta recrudescenza della propagazione del Covid-19 a livello nazionale e internazionale.
Certamente siamo consapevoli della gravità della pandemia e critichiamo l’arrogante ignoranza dei negazionisti totali o parziali e l’irresponsabilità di coloro che non osservano le misure imposte dalle autorità. Ma al tempo stesso sappiamo che non dobbiamo essere preda della paura o del panico. Ci hanno insegnato che la paura è propria degli esseri irrazionali.
Occorre reagire con lucido realismo e buon senso a questo virus, che spesso è letale. Che, tuttavia, non è affatto misterioso e incontrollabile, ma può essere, controllato e debellato e con il quale dobbiamo abituarci a convivere ancora per alcuni mesi prima della produzione di massa dei vaccini anti Covid. A tale riguardo sappiamo che il vaccino anti Covid “Sputnik V”, registrato l’11 agosto scorso presso il ministero della Salute della Russia, potrebbe essere disponibile al pubblico in Russia e in altri Paesi tra fine ottobre e inizio di novembre; mentre un secondo vaccino russo per il coronavirus, denominato "EpiVacCorona", è stato ufficialmente registrato il 14 ottobre scorso, del quale le prime 60.000 dosi sono state già messe in produzione. Intanto un terzo preparato, per il quale il 19 ottobre è iniziata la seconda fase di sperimentazioni cliniche, è in fase di sviluppo presso il Centro per la ricerca e lo sviluppo di farmaci immunologici "Chumakov" dell’Accademia delle Scienze russa. A tale proposito saluto con gratitudine l’accademico, Konstantin Chernov, vice Direttore generale del Centro "Chumakov", che darà il suo prezioso contributo scientifico nella Sessione ottava del nostro Forum. Sappiamo, inoltre, che alcuni Paesi, come la Germania e gli Stati Uniti, stanno approntando altri vaccini contro il coronavirus. Dobbiamo perciò avere fiducia nella scienza per lo studio della fenomenologia pandemica al fine di eliminarne le cause e approntare gli strumenti per sconfiggere il virus; nel sistema sanitario per la gestione della salute pubblica e nella responsabilità civile della stragrande maggioranza delle persone.
Non possiamo sconfiggere la pandemia sanitaria rischiando una pandemia economica. Le attività scolastiche, culturali, imprenditoriali ed economiche non possono essere inibite, se non vogliamo generare una catastrofe sociale globale. Esse vanno favorite e indirizzate nella prospettiva di uno sviluppo economico compatibile con la salvaguardia del benessere complessivo delle persone, che hanno il diritto di vivere in modo dignitoso, godendo di una buona salute e al tempo stesso di un tenore di vita economico soddisfacente.
Proprio per questa ragione riteniamo importante la realizzazione di questo evento. I relatori e i partecipanti hanno accettato il nostro invito con entusiasmo subito, quasi senza pensarci due volte. Tutti sembrano avere nostalgia di vedersi, parlarsi, rivolgersi direttamente a una platea umana. Sono stanchi e demotivati a interloquire tramite uno schermo anonimo con la sua piatta superficie non riflettente. Esso minaccia di rimpiazzare, come forma culturale primaria, il dialogo dal vivo, negando alle persone qualsiasi senso di profondità o riflessività e, persino, ogni contatto con la realtà. Lo schermo televisivo, del computer, dell’iPad o dell’iPhone è diventato la forma egemonica culturale del postmodernismo: non permette alcuna distanza critica, né possibilità di memoria, né senso della realtà e della storia.
Oggi rischiamo la totale scomparsa di un significato profondo. Nell’era virtuale la simulazione genera il “reale senza realtà”, un “iperreale”. L’immagine da riflesso di una realtà profonda passa a nascondere proprio l’essenza di tale realtà, diventando un simulacro impostore, che Jean Baudrillard paragona a Disneyland, che è stata concepita per nascondere l’America “reale”.
La limitazione dei contatti tra le persone a tutti i livelli ci disumanizza, ci priva del contesto culturale, induce a farci dimenticare che l’uomo è un essere vivente sociale. Distrugge alla lunga la stessa società e le relazioni umane, culturali ed economiche. Trasforma le comunità in deserti, le persone in ombre mute, sterilizzandole della loro fisicità, emotività, empatia ed energia vitale, che si trasmette soltanto nei luoghi abitati fisicamente da persone.
Al problema della salute abbiamo dedicato interamente la Sessione ottava dal titolo “Ripensare i sistemi sanitari globali al tempo del Covid-19” e in modo parziale la sessione quarta sul contributo delle tecnologie genetiche alla medicina. È chiaro ormai che la pandemia è legata all’interferenza umana sull’integrità dell’habitat e della vita di animali non domestici; ed è amplificata dal modo di vivere e di spostarsi dell’uomo contemporaneo, che lo rende propagatore virale ad alta velocità. Lo scoppio della pandemia non ha sorpreso i virologi e gli epidemiologi, come David Quammen, che nel 2012 ha descritto il fenomeno dello spillover, il “salto” di un virus da una specie animale alla specie umana: “Pressioni e perturbazioni ecologiche causate dall’uomo mettono agenti patogeni in contatto sempre più ravvicinato con le popolazioni umane, mentre la tecnologia e il comportamento umano diffondono questi agenti patogeni in modo sempre più ampio e veloce” (Spillover. L’evoluzione della pandemia, Milano, Adelphi, 2014). Oltre a Quammen si può citare il paleo antropologo keniota, Richard Leakey, che già nel 1995 avvertiva: “Continuando a mettere sotto pressione gli altri essere viventi, provocheremo il passaggio di nuovi agenti patogeni dalla fauna all’uomo”.
La pandemia di Covid-19 si è dimostrata un evento devastante oltre ogni previsione sul piano della salute, dell’organizzazione sociale, della produzione e dell’economia, con impatto diretto sulla scansione del ritmo della quotidianità. E soprattutto con una capacità di penetrazione pervasiva, fin dentro le nostre case.
La crisi finanziaria ed economica strutturale internazionale che da parecchio tempo incombe sullo scenario internazionale, a causa della pandemia del nuovo coronavirus, si dimostra più devastante delle due grandi crisi precedenti: del 1929 e del 2008. Due sono le caratteristiche del tutto nuove: la crisi riguarda tutte le economie del mondo e tutti i settori: agricoltura, industria e terziario, che sono in uno stato di paralisi generale. Inoltre, evolve in tempi brevissimi. La velocità con cui questa crisi si è manifestata è impressionante. La perdita dei posti di lavoro negli Stati Uniti alla fine di marzo è stata di circa 3,3 milioni; la Borsa di New York ha perso nel primo mese della pandemia circa il 35% del suo valore. Tutte le borse hanno mostrato oscillazioni smisurate che riflettevano l’isteria e l’incertezza dei mercati finanziari. I tassi di interesse sui titoli spazzatura hanno raggiunto il livello del 2008 e ci sono stati problemi anche sui mercati creditizi. Anche nelle due crisi precedenti la Borsa di New York era crollata del 50%, la liquidità era venuta meno, il reddito e l’occupazione erano sprofondati. Ma questo processo di disintegrazione dei sistemi economici impiegò tre anni per realizzarsi, mentre ora lo stesso è accaduto in poco più di un mese. In tutti i Paesi abbiamo assistito al crollo delle componenti della domanda aggregata, dei consumi, degli investimenti e delle esportazioni. La spesa pubblica è rimasta l’unica componente della domanda che è destinata a crescere.
La pandemia ci costringe a comprendere che non è più praticabile uno sviluppo economico senza un forte sistema di servizi pubblici e a ripensare radicalmente il modo in cui produciamo e consumiamo, perché questa pandemia continuerà ancora a lungo e non sarà l’ultima a causa della deforestazione, dello scongelamento del permafrost e dell’allevamento intensivo.
A breve termine dovremo riconvertire la produzione, regolare i mercati finanziari, ripensare gli standard contabili, fissare una tassa sul carbonio e sulla salute e lanciare un grande piano di risanamento per una reindustrializzazione finalizzata ai bisogni della persona umana e al rispetto della natura e dell’ambiente.
La pandemia ci obbliga a trasformare completamente le nostre relazioni sociali. Oggi l’attuale modello di sviluppo economico conosce "il prezzo di tutto e il valore di niente” per citare una efficace formula di Oscar Wilde. Dobbiamo capire che la vera fonte di valore sono le nostre relazioni umane e quelle con l’ambiente. Per privatizzarle, le distruggiamo e roviniamo le nostre società, mentre mettiamo a rischio vite umane. Non siamo monadi isolate, collegate solo da un astratto sistema di prezzi, ma esseri di carne interdipendenti con gli altri e il territorio.

La salute è un bene comune globale e deve essere gestita come tale. I “beni comuni”, come li ha definito in particolare l’economista americana, Elinor Ostrom, aprono un terzo spazio tra il mercato e lo Stato, tra il privato e il pubblico e sono in grado di resistere a shock, come quello causato dalla pandemia Covid-19.
Ma la salute è solo un esempio: anche l’ambiente, l’istruzione, la cultura, la biodiversità sono beni comuni globali. Dobbiamo immaginare istituzioni che ci permettano di valorizzarli.
La paura che ciascuno di noi prova alla scoperta della scarsità dei beni ha un aspetto positivo. Essa ci libera dal narcisismo consumistico, dal “voglio tutto e subito”. Ci riporta all’essenziale, a ciò che conta davvero: la qualità delle relazioni umane, la solidarietà. Ci ricorda anche quanto sia importante la natura per la nostra salute mentale e fisica. Coloro che vivono rinchiusi in 15 metri quadrati a Parigi o a Milano lo sanno bene. Il razionamento imposto su alcuni prodotti ci ricorda la limitatezza delle risorse.
Benvenuti allora in un mondo limitato! Per anni, i miliardi spesi per il marketing ci hanno fatto pensare al nostro pianeta come a un gigantesco supermercato, in cui tutto è a nostra disposizione a tempo indeterminato. Ora proviamo brutalmente il senso della privazione. È molto difficile per alcuni, ma può essere un’occasione di risparmio.
D’altra parte, anche un certo romanticismo “collapsologico” sarà rapidamente mitigato dalla percezione concreta di cosa implichi, nell’attuale situazione, la brutale difficoltà dell’economia: disoccupazione, bancarotta, esistenze spezzate, morte, sofferenza quotidiana di coloro in cui il virus lascerà tracce per tutta la vita.
Vogliamo sperare che questa pandemia sia un’opportunità per indirizzare le nostre vite e le nostre istituzioni verso una felice sobrietà e verso il rispetto per la finitudine del nostro mondo. Il momento è decisivo.
Al fine di salvare l’economia sarebbe una pericolosa trappola quella di limitarci a ripristinare semplicemente il modello economico attuale, accontentandoci di migliorare in modo marginale il nostro sistema sanitario per far fronte alla prossima pandemia. È urgente capire che la pandemia Covid-19 non solo non è un cosiddetto “cigno nero” - era perfettamente prevedibile, sebbene non sia stata affatto prevista dai mercati finanziari onniscienti -, ma non è nemmeno uno “shock esogeno”. Essa è una delle inevitabili conseguenze dell’Antropocene. La distruzione dell’ambiente che la nostra economia estrattiva ha esercitato per oltre un secolo ha una radice comune con questa pandemia: siamo diventati la specie dominante sulla Terra, e quindi siamo in grado di spezzare le catene alimentari di tutti gli altri animali, ma siamo anche il miglior veicolo per gli elementi patogeni. In termini di evoluzione biologica, per un virus è molto più “efficace” infettare gli esseri umani che la renna artica, già in pericolo a causa del riscaldamento globale. È soprattutto la distruzione della biodiversità, in cui siamo da tempo impegnati, a favorire la diffusione dei virus. Oggi molti ne sono consapevoli: la crisi ecologica ci garantisce pandemie ricorrenti. Accontentarsi di dotarsi di mascherine ed enzimi per il prossimo futuro equivarrebbe a trattare solo il sintomo. Il male è più profondo, ed è la sua radice che deve essere estirpata.
La ricostruzione economica che dovremo realizzare sarà l’occasione inaspettata per attuare trasformazioni che, anche ieri, sembravano inconcepibili a coloro che continuano a guardare al futuro attraverso lo specchietto retrovisore della globalizzazione finanziaria. Abbiamo bisogno di una reindustrializzazione radicale, accompagnata da una relocalizzazione di tutte le nostre attività umane.


Abbiamo necessità di superare il modello dello sviluppo economico neoliberistico, che a livello globale da una parte ha acuito l’instabilità geopolitica e le diseguaglianze sociali, generando numerose guerre territoriali e oltre due miliardi di poveri e disperati; e dall’altra ha aggravato la nostra condizione postmoderna, contraddistinta da una proliferazione di versioni soggettive della realtà, mettendo in dubbio persino i fatti storici universalmente acclarati. Il pensiero postmoderno (e postdemocratico) nega talvolta anche i risultati della scienza e della tecnica e si pone come una nichilistica presa di congedo dalla metafisica in seguito all’annuncio nietzschiano della morte di Dio.
Questa crisi economica, commista alla pandemia, non è soltanto diversa da tutte le precedenti: ridefinirà i rapporti geopolitici fra le grandi aree mondiali in un modo che non possiamo ancora prevedere.
Per un nuovo sviluppo economico e sociale occorre un coordinamento internazionale fra tutti i governi nazionali e realizzare il multipolarismo minacciato dalla crescente attrattiva del "my country first”.
Oggi operiamo in un contesto internazionale in cui alcuni Paesi pensano di poter agire da soli, mentre nessuna grande potenza ha la forza e la credibilità di rappresentare un vero e proprio leader globale. È la condizione che Ian Bremmer ha denominato "G-Zero World", ossia uno scenario in cui tende sempre di più a valere la legge del più forte.
In questa “recessione geopolitica” si inserisce la rivalità tra gli Stati Uniti, la Cina, la Russia e, paradossalmente, la stessa Europa, anche se questa si dimostra partner leale dell’Alleanza Atlantica. Al tempo stesso assistiamo al progressivo indebolimento delle organizzazioni multilaterali istituite all’indomani della fine della Seconda Guerra mondiale, che risultano talvolta obsolete, perché non rispecchiano l’attuale situazione internazionale, e appesantite da una burocrazia pachidermica e dall’assenza di una struttura definita.
Per quanto riguarda gli effetti che questa pandemia potrebbe avere sul futuro assetto geopolitico, facciamo riferimento all’Estremo Oriente, poiché questa Regione-come l’Europa alla vigilia della Seconda Guerra mondiale-non solo ha la maggiore concentrazione dell’interdipendenza economico-finanziaria, ma nello stesso tempo è anche la Regione più militarizzata del Pianeta: il luogo di confronto tra Usa, Cina, Russia, India e Giappone. Impreparata a questa prova appare l’Europa, lacerata soprattutto dalla contrapposizione tra sovranismo ed europeismo.
Se appare un’esagerazione smaccatamente etnocentrica l’affermazione del singaporiano Kishore Mahbubani, secondo cui “l’incompetente risposta data dall’Occidente alla pandemia accelera lo spostamento dell’equilibrio mondiale verso Est, dischiudendo così l’alba del secolo asiatico”; altrettanto interessato si dimostra Edward Luttwak, quando afferma che la stessa pandemia è la “Chernobyl di Pechino”. Più convincente è la posizione di Henry Kissinger, secondo il quale per non cadere nel caos socio-economico post-pandemia e soprattutto nell’insicurezza globale è necessario ritrovare un nuovo equilibrio nella governance geopolitica mondiale.
In tale prospettiva occorre realisticamente riconoscere nella dialettica geopolitica globale la antistoricità del monopolarismo e la necessità di un consensus multipolare, che è fondamentale anche per affrontare le sfide poste dai tanti conflitti che attanagliano varie aree del mondo e il nostro stesso vicinato, ma anche sfide globali come il cambiamento climatico, il terrorismo internazionale, le migrazioni e la stessa pandemia da coronavirus. Il compito principale del nostro Forum è proprio quello di sviluppare la cultura del multipolarismo, coinvolgendo la Russia, la Cina, l’India e la Grande Eurasia dall’Oceano Atlantico al Pacifico, senza le quali non possono essere decise le questioni politiche ed economiche più rilevanti contemporanee.
Sono fiducioso che negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone prevarranno il realismo e il buon senso di quei popoli e governi per avviare una reale collaborazione politica ed economica con la Federazione Russa, con la Repubblica Popolare Cinese e con i Paesi della Grande Eurasia per disegnare e realizzare un futuro di prosperità e pace al nostro martoriato Pianeta. Qualcuno potrebbe pensare che sono un sognatore idealista. Certamente sono un testardo ottimista con lo sguardo rivolto sia alla situazione attuale, sia alla storia della Seconda guerra mondiale, che si è conclusa con la vittoria sulla barbarie nazifascista. Nei due giorni che hanno preceduto il nostro Forum abbiamo svolto una serie di eventi sulla Grande Vittoria, una pietra miliare che ha costruito il mondo in cui viviamo.
Abbiamo scoperto un monumento a un partigiano sovietico, combattente nelle file della Resistenza veneta e trucidato dai tedeschi a Caldiero, un paese nei pressi di Verona, proprio il 25 aprile 1945 ; abbiamo svolto un convegno storico italo-russo sulla Seconda guerra mondiale; abbiamo inaugurato una rassegna cinematografica e una mostra fotografica sugli eventi più importanti del conflitto, che potete ammirare a due passi da qui in piazza Bra; e abbiamo organizzato un concerto di canzoni sovietiche di quel periodo eseguite dal famoso Coro Turetskij.
Gli eventi di quell’epoca dimostrano che Paesi antagonisti, come era l’Urss di Stalin nei confronti degli Stati Uniti di Roosevelt e della Gran Bretagna di Churchill, possono coalizzarsi insieme contro un nemico comune e contro sfide globali ed epocali. In quella situazione gli Alleati hanno saputo mettere da parte le discordie, elaborare una strategia comune di azione e conseguire una comune Vittoria.
Ho davanti agli occhi l’incontro casuale presso un ponte distrutto, che univa le due sponde del fiume Elba, vicino alla cittadina di Torgau, situata non lontano da Lipsia, dei soldati della Quinta Armata della Guardia sovietica e dei soldati della Prima Armata degli Stati Uniti, che combattevano insieme contro la Germania nazista. Erano le 13.30 del 25 aprile del 1945. I due ufficiali, il sovietico Aleksandr Silvashko e l’americano William Robertson, dopo un primo momento di titubanza prima si strinsero la mano e poi si abbracciarono abbandonandosi alla gioia della vittoria comune.
Dinanzi alla grave crisi sistemica economico-sociale, culturale, morale del nostro tempo, che è indubbiamente anche madre della pandemia da coronavirus, non mi sembra utopico ristabilire l’unione e l’impegno dei Paesi che ci permisero di sconfiggere il nazifascismo. Il business, ne sono sicuro, in questo caso riprenderebbe grande vigore contribuendo a uno sviluppo economico e sociale rapido e dimensionato alla centralità dell’uomo e a una prospettiva di stabilità politica e di pace. In sostanza uno sviluppo economico alternativo al neoliberismo.
Per concludere con ottimismo vorrei ricordare la testimonianza del grande scrittore, José Saramago, che in un suo discorso affermava che l’alternativa al neoliberismo si chiama consapevolezza. Siamo noi che possiamo cambiare il mondo, seguendo la nostra coscienza, grazie alla nostra consapevolezza e alle nostre scelte di vita: scrutandoci dentro e facendo prevalere la consapevolezza di ciò che siamo, cioè di essere uomini.
Grazie per la vostra gentile attenzione e buon lavoro!

(Verona, 22.10.2020)

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