Sanzioni stimolano lo sviluppo dell’agricoltura russa

In Russia è in corso la realizzazione dei 500 agro-progetti d’investimento

Le sanzioni anti-russe e le contro sanzioni di risposta da parte della Russia hanno posto numerosi produttori italiani in una situazione di grave difficoltà. L’Italia e altri Paesi europei hanno perso le proprie posizioni sul mercato russo, mentre, dopo l’introduzione in Russia dell’embargo alimentare, 129 aziende provenienti da 12 Paesi del mondo si sono aggiudicate la leadership nell’importazione di prodotti agricoli nella Federazione Russa.
Dopo che la Russia, il 7 agosto 2014, ha introdotto l’embargo alimentare sulla produzione italiana e di altri Paesi occidentali, le lacune del mercato russo sono state colmate dai fornitori di quei Paesi non toccati dal divieto. 
Un mercatone di Mosca: i produttori agricoli russi dicono “grazie” alle sanzioniSecondo il Servizio federale russo per il controllo veterinario e fitosanitario, “Rosselkhoznadzor” oltre ai produttori agricoli russi, a beneficiare dell’embargo alimentare sono stati in primo luogo quei Paesi che in precedenza, per via della concorrenza con i produttori dell'Europa occidentale, in generale non riuscivano a importare i propri prodotti agricoli e alimentari in Russia.
In particolare, il registro dei nuovi fornitori di pesce e prodotti ittici include ora 19 società provenienti da Paesi come lo Sri Lanka, l’Iran e la Georgia. La Russia ha anche aperto i suoi mercati a 21 fornitori di pesce e di prodotti ittici provenienti dalle Mauritius e a 6 aziende degli Emirati Arabi Uniti.
Molti Paesi hanno approfittato del momento per offrire agli importatori russi prodotti esotici prima sconosciuti nella Federazione: alcune aziende filippine hanno proposto di esportare in Russia carne di coccodrillo, mentre i produttori degli Emirati Arabi offrono prodotti a base di latte di cammello. Inoltre, i consumatori russi hanno cominciato ad acquistare volentieri i formaggi prodotti in Macedonia e in Egitto, il latte di capra proveniente dalla Romania e la carne di pollame dall'Iran.
Secondo Rosselkhoznadzor, a beneficiare maggiormente dell’embargo alimentare russo è la Bielorussia, che ha incrementato le sue forniture sia di prodotti propri, in primis di verdure, formaggi e altri prodotti lattiero-caseari, sia di prodotti provenienti dai Paesi colpiti dall’embargo reimportati illegalmente in Russia. In questo modo, in poco tempo, la Bielorussia è diventata il maggiore fornitore in Russia di salmone, che in Bielorussia non si trova, né viene allevato.
Per evitare l’arrivo illegale di prodotti dalla Bielorussia, Rosselkhoznadzor ha dovuto creare temporaneamente dei posti di blocco sul confine amministrativo. Tali misure hanno garantito dei buoni risultati e hanno permesso di fermare l’import in territorio russo di una grande quantità di produzione illegale dai Paesi colpiti dall’embargo alimentare.  
In Russia, in un anno, dal 6 agosto del 2015 al 6 agosto del 2016, sono state debellate più di 7.500 tonnellate di prodotti vietati all’import in Russia. La maggior parte di queste merci, vale a dire 7.282 tonnellate, comprende frutta e ortaggi, mentre 228 tonnellate sono prodotti di origine animale.
L’embargo alimentare è in vigore dall’agosto del 2014 e riguarda i prodotti provenienti dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea, dall’Australia, dalla Norvegia e dal Canada. Dal 13 agosto 2015 alla “lista nera” si sono aggiunti ulteriori Paesi che hanno aderito alle sanzioni anti-Russia, ovvero Albania, Montenegro, Islanda, Liechtenstein e, dal 1° gennaio 2016, Ucraina. Sia nel 2015 che nel 2016, l'embargo alimentare è stato prorogato di un anno.
Il divieto russo comprende l’import di carne e prodotti e base di carne, pesce e prodotti ittici, latte e prodotti lattiero-caseari, frutta e ortaggi. Alcuni prodotti derivanti dalla lavorazione della carne, come il prosciutto cotto e il prosciutto crudo italiani, non sono inclusi nei prodotti sotto embargo e vengono importati e venduti liberamente nei negozi e nei supermercati russi. Mentre parmigiano e mozzarella, famosi in tutto il mondo, così come altri formaggi italiani, sono entrati a far parte della lista nera.
Il programma di sostegno statale per l’industria agricola russa ha consentito di dare una spinta allo sviluppo di centinaia di progetti di investimento nel settore. Molti specialisti dall’Italia e da altri Paesi europei sono giunti in Russia per avviare sul posto la propria produzione di formaggi, ortaggi e altri prodotti.
Gli investitori russi ed esteri hanno cominciato ad interessarsi all’orticoltura in serra, ai frutteti, ai vigneti, e all’allevamento di bestiame. Nel corso degli ultimi due anni, il governo russo ha selezionato e approvato il finanziamento di 500 progetti di investimento per un valore di quasi 280 miliardi di rubli.
Ciò ha permesso di aumentare la produzione di carne bovina di 57,5 ​​mila tonnellate, quella di latte di 322 mila tonnellate e quella di ortaggi coltivati in serra di 100 mila tonnellate. Le aree dei magazzini dedicati allo stoccaggio degli ortaggi hanno avuto un incremento di 165 mila tonnellate. In aggiunta, sono stati piantati mille ettari di nuovi frutteti.
Nel 2015 il lavoro di sostituzione delle importazioni ha permesso di avviare la produzione nazionale russa e di ridurre del 33,8% l’import di prodotti agricoli e alimentari. Per la realizzazione di eventi legati al programma statale di sviluppo dell’agricoltura, sono stati prelevati dal bilancio federale 215 miliardi di rubli nel 2015, e altri 224 miliardi nel 2016. La priorità è stata quella di finanziare la produzione di latte e degli ortaggi da serra e di sviluppare infrastrutture e logistica.
Nel 2016 in Russia saranno costruiti e modernizzati 260 ettari di serre, il che aumenterà la coltivazione di ortaggi in serra di 100 mila tonnellate, ossia del 14%. Nel 2015, l'incremento è stato del 4%, fino a 710 mila tonnellate. Ora la Russia garantisce con i propri ortaggi da serra il 42% del fabbisogno di verdura.
Di conseguenza nel 2015, rispetto al 2014, si è registrata una crescita dei consumi di patate del 2,7% (fino a 114 chili pro capite all'anno), dei consumi di verdura dello 0,9% (fino a 112 chili) e di prodotti di panificazione dello 0,8% (fino a 119 chili pro capite all'anno).
Allo stesso tempo è diminuito il consumo medio pro capite di pesce e prodotti ittici, del 17,1% (fino a 18,9 chili), di frutta e bacche del 9,4% (fino a 58 chili), di latte e derivati del 3,9% (fino a 235 chili), di carne e derivati dell’1,8% (fino a 73 chili). Invece il consumo di zucchero (40 chili), olio vegetale (14 chili) e di uova (269 unità) è rimasto al livello del 2014.