Il mercato chiede nuovi modelli di cooperazione

Riflessioni di Oleg Dzhus, uno dei più noti esperti finanziari russi

Il business russo si è adattato alle nuove realtà di mercato, al contrario di quello italiano.

Bisogna dire subito e con chiarezza che, nonostante tutto, le società russe e italiane sono molto interessate a sviluppare una cooperazione bilaterale e nelle condizioni attuali cercano attivamente nuove vie di lavoro congiunto. Ma il solo desiderio reciproco, di certo, non basta. È di importanza vitale saper elaborare nuovi modelli di business italo-russo di fronte al mutamento dei mercati, tenendo conto delle realtà economiche e geopolitiche emerse negli ultimi anni.
Gli umori e le aspettative degli imprenditori dei due Paesi si percepiscono in modo particolare ai forum e ai seminari italo-russi, organizzati in Italia dall’associazione “Conoscere Eurasia” e dal Forum economico internazionale di San Pietroburgo con il supporto di Banca Intesa Russia. Nel 2016 si sono già svolti diversi forum e seminari a Milano, Bari, Napoli e Catania, mentre nel secondo semestre sono previsti degli appuntamenti a Roma, a Verona e in alcune altre città italiane. Quali sono, dunque, le principali conclusioni deducibili dagli interventi dei partecipanti a questi incontri, nonché dalle successive discussioni e tavole rotonde?
Oleg Dzhus, uno dei più celebri esperti finanziari russi, Membro del Board e direttore della Tesoreria di Banca Intesa RussiaPrima di tutto, abbiamo notato un grande desiderio da parte del business, sia in Italia che in Russia, di cambiare radicalmente la situazione globale, per via della quale l’interscambio italo-russo si è ridotto di circa il 25%, e in alcuni settori la contrazione è stata a dir poco catastrofica. Per esempio, durante il seminario di Bari, alcuni partecipanti italiani hanno denunciato una riduzione dell’80% delle esportazioni pugliesi verso la Russia.
Molte sono la cause di questa situazione drammatica. Si può citare la crisi economica globale, il calo dei prezzi petroliferi, la volatilità dei tassi di cambio del rublo rispetto alle principali valute e, infine, ovviamente, il regime di sanzioni e contro-sanzioni. Alcuni di questi fattori, tra cui la svalutazione del rublo, sono processi oggettivi. Altri fattori hanno delle radici di carattere politico ed è chiaro che le divergenze di principio, responsabili delle sanzioni tra Russia e Occidente, verranno eliminate con tempistiche che esulano dalle reali esigenze economiche. L’Italia e altri Paesi dell’Unione Europea si pronunciano pubblicamente contro il rinnovo automatico delle sanzioni anti-russe, ma vi sono Paesi all’interno dell’UE che la pensano diversamente.
Ma il business deve davvero starsene con le mani in mano ad attendere l’abolizione delle sanzioni e una crescita dei prezzi del petrolio?
Con tali premesse, possono essere adottati diversi modelli di comportamento costruttivo.
Gli imprenditori italiani considerano la Russia uno dei mercati-chiave e non mirano soltanto a conservare i legami economici e commerciali che si erano creati in passato, ma anche a sviluppare i rapporti italo-russi, raccogliendo informazioni riguardo alle nuove opportunità in Russia. È interessante notare la particolare attivazione delle autorità italiane a livello territoriale, appoggiando gli imprenditori nel loro desiderio di continuare a lavorare sul versante russo. E sono proprio le regioni a uscire in primissimo piano nel processo di costruzione di nuovi legami diretti e nello sviluppo dell’interazione economica e commerciale italo-russa.
In generale, tuttavia, si ha l’impressione che il business italiano si aspetti che i problemi esistenti vengano risolti a livello politico. A nostro avviso, in una prospettiva a medio termine, simili attese non sono molto realistiche. Gran parte degli imprenditori italiani continua a credere che al termine dell’attuale difficile striscia nera e non appena le sanzioni verranno abolite, tutto automaticamente tornerà al suo posto: la Russia ricomincerà a importare enormi quantità di prodotti “Made in Italy”, e sulla penisola Appenninica si materializzeranno le amate folle di turisti russi, desiderose di “shopping tour” in Italia.
Purtroppo, bisogna ammettere che questo modello appartiene ormai al passato. Le condizioni del “fare business” in Russia e con la Russia sono cambiate. In linea di principio gli imprenditori russi si sono adattati alle nuove condizioni e ora cercano di spingere i loro partner italiani a venir loro incontro.
Analizziamo quindi un fattore economico molto importante, ovvero il calo del tasso di cambio del rublo rispetto a euro e dollaro. A causa della svalutazione della moneta nazionale russa si è registrata un’impennata senza precedenti dei costi delle merci e dei servizi, importati tra l’altro anche dalla zona euro, ma è cambiato considerevolmente anche il comportamento dei consumatori. Sono calati i redditi reali disponibili dei consumatori russi, mentre le merci europee vengono rapidamente sostituite con prodotti russi analoghi o importati dai Paesi che non hanno appoggiato le sanzioni anti-russe. Inoltre, è calata l’attività consumistica dei russi, che in tali condizioni preferiscono risparmiare, rinviando i grandi acquisti a un futuro non meglio precisato. Umori simili si notano nel comportamento delle imprese russe, che considerano esageratamente care e scarsamente efficienti le importazioni dirette di prodotti successivamente destinati alla vendita nel Paese. Si sono disintegrate le catene logistiche che avevano funzionato con successo per molti anni, tra cui quelle di acquisti direttamente all’estero di prodotti destinati ai consumatori finali.
Nei primi anni del Duemila, sullo sfondo degli elevati prezzi del petrolio, il rublo “forte” aveva stimolato il boom consumistico senza un’adeguata crescita della produttività di lavoro e senza un adeguato ammodernamento tecnologico delle produzioni in Russia. In quel periodo la crescente domanda veniva soddisfatta grazie all’aumento delle importazioni: la Russia è stata colpita dalla cosiddetta “malattia olandese”. Oggi, al contrario, in seguito alla svalutazione del rublo, la capacità d’acquisto e la produttività del lavoro in un certo senso hanno riacquisito un equilibrio. La competitività delle produzioni russe si è ristabilita: secondo molti esperti russi e internazionali, attualmente in Russia la manodopera costa meno che in Cina, il Paese che per molti anni è stato la “maggiore fabbrica del mondo”, anche grazie all’eccesso di risorse lavorative e al basso livello salariale. Questa situazione si preserverà per molto tempo. Proprio per garantirsi una crescita economica, la Russia ha deciso di adottare una nuova politica economica, favorendo lo sviluppo delle produzioni moderne all’interno del Paese, senza considerare più molto l’aumento dei prezzi del petrolio, e rinunciando a soddisfare la domanda interna esclusivamente con le importazioni. Anche questo spiega perché l’attuale modello di comportamento dei consumatori dominerà ancora per molto tempo.
In queste condizioni la via d’uscita è semplice e pare che il business russo l’abbia già trovata: è necessario trasferire le produzioni – anche italiane – in territorio russo. Il rublo “debole” ha ridotto radicalmente il costo in euro dello sbarco delle società italiane sul mercato russo. Quest’ultimo, a sua volta, necessita delle moderne tecnologie italiane. La strategia vincente è la costituzione di joint venture per il trasferimento di tecnologie innovative e per la produzione di macchinari tecnologicamente avanzati. Inoltre gli investitori europei vedono abbassarsi i costi in rubli della manodopera e delle restanti spese di produzione. Tutto questo permette non soltanto di vendere i propri prodotti in Russia a prezzi estremamente competitivi, ma anche di esportarli. È molto proficuo unire le risorse per sfruttare al massimo i vantaggi di ciascuna delle due parti. Uno dei clienti di Banca Intesa Russia, che insieme ai partner italiani produce in Siberia calzature di alta qualità, ora sta cercando delle vie per avviare le esportazioni all’estero dei propri prodotti, non più contento di vendere esclusivamente sul mercato interno russo. Al momento le calzature italo-russe prodotte in Siberia sono molto competitive anche sui mercati internazionali.
Il business russo è pronto a questo genere di cooperazione con i partner italiani. Gli esempi positivi di questo tipo aumentano di giorno in giorno: i settori più avanzati sono l’agricoltura, la produzione di materiali edili e l’industria leggera. Bisogna far sì che gli imprenditori in Italia, interessati all’immenso mercato russo, cambino al più presto i propri modelli di comportamento in Russia.
Inoltre, è fondamentale sapere che dopo la costituzione dell’Unione Economica Euroasiatica, lo sbarco sul mercato russo, significa in realtà accedere ai mercati di altri quattro importanti Paesi.
Gli investitori di molti Paesi hanno già percepito questo cambiamento in Russia: lo Stato russo favorisce l’arrivo degli investimenti dall’estero, i quali godono in Russia di regimi legali e fiscali particolarmente favorevoli. Ma la situazione attuale non durerà per sempre. La concorrenza diventerà sempre più accesa. Bisogna saper cogliere al volo quest’attimo favorevole.
Nei due anni passati gli imprenditori e i consumatori in Russia sono stati sottoposti ad una sorta di “vaccinazione” molto dolorosa, ma allo stesso tempo indispensabile contro la “malattia olandese”. Pertanto, un eventuale ritorno ai modelli economici e finanziari passati è poco probabile. Questo perché le riforme, pur essendo un processo complicato, hanno maggiori prospettive rispetto alle aspettative infondate.

Oleg Dzhus, Membro del Board e direttore della Tesoreria di Banca Intesa Russia