Il peso delle sanzioni si fa sentire

ANALISI La risposta del governo russo si è rivelata peggiore delle sanzioni

L'inasprimento delle politiche monetarie e fiscali, che, in gran parte, rappresenta una risposta delle autorità alle sanzioni occidentali, potrebbe arrecare all'economia, in una prospettiva a medio termine, non meno danni rispetto alle sanzioni stesse. Da marzo la Banca Centrale ha alzato il tasso chiave a 250 punti base, fino all'8%, e un ulteriore aumento potrebbe risultare rischioso. La Banca Centrale Russa è alle prese con l'inflazione, dovuta alla svalutazione del rublo, e con l'aumento dei prezzi sui generi alimentari, legato alle restrizioni sull’import di una serie di prodotti dai Paesi che sostengono le sanzioni. Tuttavia, poiché le banche nazionali sono costrette a contare in gran misura sui fondi della Banca Centrale, l'innalzamento del tasso di interesse chiave porterà a tassi di interesse più alti sui prestiti, limitando così la crescita del retail e del corporate lending.
In particolare, nel mese di giugno, il tasso di crescita dei crediti retail è sceso al 20,9%, che in generale corrisponde ai tassi di interesse medi sui crediti retail non garantiti. Pertanto, l'aumento dei crediti retail non rappresenta più un fattore di crescita per l'economia, ma sta cominciando a frenarla, poiché i consumatori russi si trovano sulla soglia del ciclo di riduzione dell'indebitamento a medio termine. Inoltre è indispensabile considerare che i finanziamenti rappresentano la terza fonte di capitale di investimento (dopo i fondi di proprietà delle aziende e gli investimenti statali), e il rincaro dei crediti rallenta l'attività di investimento già di per sé debole. In questo caso è necessario ridurre i costi di credito dei debitori, attenuando la politica monetaria e di credito della Banca Centrale, ad esempio, e, di conseguenza, riducendo i tassi sui prestiti delle maggiori banche.

L'inasprimento della politica fiscale potrebbe rappresentare un freno per la crescita economica

Il Governatore della Banca centrale russa, Elvira Nabiullina, ha opposto resistenza alla proposta del ministero delle Finanze russo di far tornare in Russia la tassa sulle vendite.L'inizio dei lavori sul bilancio statale per il periodo 2015-2017 è stato contrassegnato da una serie di proposte per aumentare la pressione fiscale sulla popolazione e sulle imprese.  Così, nel mese di giugno, il Ministero delle Finanze ha proposto di aumentare una serie di tasse, quali IVA e imposta sul reddito, e di introdurre una tassa sulle vendite. Anche se allo stadio attuale il governo ha revocato un repentino aumento della pressione fiscale, la minaccia di un aumento nei prossimi due o tre anni rimane alta, creando così rischi concreti a sfavore di una crescita economica a medio termine. Pertanto, secondo le stime, un aumento dell'IVA del 2% potrebbe rallentare la crescita economica dello 0,2-0,3%. Un aumento dell'IRPEF pari al 2%  potrebbe ridurre il PIL reale dello 0,2-0,3%, e una tassa sulle vendite pari al 5% lo ridurrebbe ulteriormente dello 0,1-0,2%.  Inoltre, l'aumento delle tasse (in caso venisse implementato) inciderebbe inevitabilmente sull'inflazione, giacché i produttori cercherebbero di compensare le perdite. Secondo gli analisti finanziari russi l'aumento dell'IVA potrebbe innalzare l'inflazione al consumo di 1,5 punti percentuali nei mesi successivi al suo aumento. L'introduzione di una tassa sulle vendite avrebbe effetti meno pronunciati, ma potrebbe tuttavia provocare un ulteriore aumento dell'inflazione pari all'1,5%. Va notato che, nonostante il rifiuto formale di aumentare le principali tasse nel corso dell’autunno, il governo prevede di consentire alle regioni di introdurre un'imposta speciale per alcune attività imprenditoriali (quali settore alberghiero, ristorazione, servizi taxi e turismo locale), che di fatto corrisponde all'introduzione di un'imposta sulle vendite in questi segmenti.
Il governo dovrebbe coordinare gli sforzi per evitare un ulteriore inasprimento della politica monetaria e una crescita della pressione fiscale. Il governo dovrebbe modificare gli obiettivi a medio termine relativi all'inflazione (al momento la Banca Centrale insiste sul 4,5% nel 2015 e sul 4% a partire dal 2016), dovrebbe rendere più efficiente l'impiego dei propri fondi (si parla di un'equa riduzione che va dall'1 al 3% dei finanziamenti su progetti statali), rimandare la realizzazione di una serie di progetti statali (si stanno compiendo dei passi verso la riduzione di alcuni programmi sociali e del finanziamento di un numero di programmi militari a più lungo termine) e aumentare i prestiti.  È anche indispensabile trattenersi dall'agire in risposta alle sanzioni dell'Occidente. Al momento il divieto sull'importazione di alcune singole categorie di prodotti ha condotto ad una riduzione dell'import che va dal 20 al 70%, il che ha esercitato pressione sull'inflazione al consumo. Un'ulteriore reazione all'inasprimento delle sanzioni, evidentemente, consisterà nel tentativo di trovare una sostituzione all'import e, in seguito, in un notevole calo dell'integrazione della Russia nell'economia mondiale.