La Russia si sbarazza dei titoli di Stato americani

ANALISI La crisi ucraina getta le relazioni Russia-Usa ai tempi della guerra fredda

In marzo la Russia ha ridotto bruscamente gli investimenti sui titoli del tesoro statunitense.  Le autorità russe temono le sanzioni e si assicurano, ritengono gli analisti finanziari.
Gli investimenti della Russia sui titoli di Stato americani hanno subito un calo già a partire da marzo, registrando subito un record negativo del 20,5%, scendendo a quota 100,4 miliardi di dollari. Si tratta del calo più brusco a partire dal 2008. Gli investimenti russi sui titoli del tesoro statunitense si riducono ormai da cinque mesi: nel marzo del 2013 gli investimenti russi erano stati pari a 153 miliardi di dollari, mentre nel mese di gennaio del 2014 sono scesi a quota 126 miliardi di dollari. Dopo la crisi finanziaria del 2008 il volume degli investimenti più basso era stato registrato alla fine del 2010 (176,3 miliardi di dollari) mentre il minimo assoluto risale al marzo del 2008 (42,4 miliardi di dollari).
Visa e MasterCard possono lasciare la RussiaLa Banca Centrale Russa si è rifiutata di commentare la situazione. Di norma, le informazioni relative agli investimenti su riserve internazionali vengono rivelate dalla Banca Centrale dopo circa sei mesi.
Secondo gli analisti indipendenti ciò che avrebbe determinato maggiormente la riduzione degli investimenti russi sui titoli del tesoro statunitense è la situazione politica, in primo luogo la crisi dell’Ucraina. In questo modo la Banca Centrale Russa avrebbe reagito contro le minacce americane trasferendo le proprie riserve in altre giurisdizioni. La Banca Centrale vorrebbe che le riserve fossero facilmente accessibili nel caso in cui, tra il 2014 e il 2015, fossero necessari mezzi finanziari consistenti per sostenere banche e imprese russe, che incontreranno difficoltà finanziarie a causa delle sanzioni, in particolare nella restituzione di prestiti a banche occidentali.
Inoltre, la riduzione delle riserve è in parte attribuibile al tentativo della Banca Centrale di limitare la riduzione del tasso di cambio del rublo: nel marzo del 2014 sono stati venduti 22,3 miliardi di dollari e 2,3 miliardi di euro. Dall'inizio del 2014 il tasso di cambio del rublo rispetto al dollaro si è ridotto del 5% e, dopo l'Argentina, si tratta del peggiore risultato in termini valutari tra i Paesi in via di sviluppo.
A inizio marzo una parte dei senatori americani ha richiesto un'azione talmente dura contro le banche russe da bloccarne l'accesso ai mercati capitalistici internazionali, ma l'Unione Europea non ha appoggiato tale posizione. Di pari passo potrebbe essere preso in considerazione uno scenario che preveda l'arresto degli attivi della Banca Centrale Russa. La probabilità di uno scenario iper agressivo è molto ridotta, ma considerando il peso della Russia nel debito pubblico statunitense, il Cremlino ha optato per una riduzione dei rischi.
In giugno è possibile che si aggiungano rigide misure contro il settore finanziario ed altri importanti settori russi, se - secondo gli USA - la Russia intralcerà le elezioni in Ucraina del 25 maggio.
E fintanto che la minaccia delle sanzioni contro il Cremlino da parte dell'Occidente continuerà, i finanziamenti russi sui titoli americani caleranno.
Alcuni analisti ritengono che gli Stati Uniti possano vietare le transazioni tra banche statunitensi e russe attraverso Paesi terzi, nelle quali sia previsto l'uso del dollaro e il passaggio dal sistema finanziario americano. Se dopo le elezioni tale scenario nei confronti della Russia si realizzerà, il Paese potrà trovarsi in isolamento economico. Fino ad ora l'Unione Europea non ha sostenuto l'applicazione dei provvedimenti più duri e al momento non è ancora chiaro in che misura l'Europa sia pronta ad appoggiare la politica degli Stati Uniti nei confronti della Russia.
Ma il tentativo degli Stati Uniti di usare il proprio sistema bancario e l'accesso al dollaro come arma politica potrebbe riversarsi contro le obbligazioni del tesoro come attivi a basso livello di rischio. La Cina e altri governi di Paesi in via di sviluppo hanno già rivolto l'attenzione a questa minaccia: per i prossimi anni potrebbero cominciare a ridurre le quote delle azioni in dollari. Gli investimenti della Cina, maggiore detentore di titoli di stato, in marzo si erano già ridotti dello 0,01% fino a 1,27 trilioni di dollari.
Inoltre, per proteggere il sistema finanziario russo, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato una legge che istituisca un sistema di carte di pagamento nazionali. Il gestore del sistema verrà creato in forma di società per azioni aperta, e il 100% delle sue azioni saranno di proprietà della Banca Centrale Russa.
La legge prevede che i gestori di altri sistemi di pagamento, tra cui, naturalmente, Visa e Master Card, già dal primo luglio 2014 dovranno, con cadenza trimestrale, trasferire sul conto della Banca Centrale il 25% del ricavato medio da fondi all'interno del sistema di pagamento russo. La dimensione totale del deposito dovrebbe raggiungere il fatturato medio russo all'interno di tale sistema di pagamento in due giorni.
Secondo delle stime preliminari, il volume di tale deposito supererebbe di molto il reddito annuale del sistema Visa in Russia. Tali disposizioni possono avere un impatto significativo sulle capacità di Visa per promuovere in futuro i propri servizi sul mercato russo e investire nello sviluppo dei pagamenti elettronici nel Paese, pratica che il sistema internazionale di pagamento ha sviluppato negli ultimi 25 anni.