La stagnazione è ormai di norma

ANALISI In 18 mesi i ritmi di crescita dell’economia russa sono calati di 4 volte

L’economia russa è fortemente al verde. Solo un anno fa, nel dicembre del 2012, il governo contava almeno su di un mantenimento dei ritmi di crescita superiore al 3%, e ciò “non piaceva molto” al premier Dmitry Medvedev. Una simile velocità non ha garantito il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo socio-economico prefissati davanti al gabinetto dei ministri.
Tuttavia la crescita economica è caduta in picchiata (in un anno e mezzo entro il primo trimestre del 2013 i ritmi sono passati da 4,8% a 1,2%) e il rallentamento si sta rafforzando, confermando le attese più pessimistiche.
Il Governatore della Banca Centrale, Elvira NabiullinaLe trasformazioni sono state rinviate e come risultato nel settembre 2013 il governo ha deciso subito di orientarsi verso uno scenario pessimistico. La stagnazione, che in estate il Ministero dello Sviluppo economico credeva temporanea, sperando che sarebbe passata entro l’autunno, è stata ora definita duratura. Il Ministro dello Sviluppo Economico Aleksej Uljukaev ha avvertito che si prolungherà anche nel 2014, evitando di fare previsioni sui tempi di ripresa.
Il rallentamento dei ritmi non è a breve termine, ha confermato il presidente della Banca Centrale Elvira Nabiullina: al posto del 5-6%, l’1,5-2% diventeranno la norma.
La nuova norma sta ora anche alla base di piani a lungo termine: secondo le stime emesse a novembre per l’anno 2030, per i prossimi 15 anni l’arretratezza della Russia rispetto ai ritmi di crescita mondiale assumerà un carattere irreversibile. In funzione di ciò non è prevedibile alcun miglioramento sistemico nel livello e nella qualità di vita dei russi: le risorse bastano solo per un paio di progetti nella sfera del petrolio e del gas e per aumentare i salari ai funzionari pubblici.
Per medicina, istruzione e infrastrutture stradali non bastano: la loro qualità peggiorerà. Si prevede che le pensioni rimarranno scarse, il lavoro poco produttivo, gli impianti obsoleti, le differenze per quanto concerne il livello di vita tra le regioni e la stratificazione sociale della popolazione cresceranno. La perdita rispetto alla concorrenza mondiale è divenuta la strategia ufficiale dello sviluppo socio-economico della Russia entro il 2030.

Se non cresce il prezzo del petrolio, non cresce tutto il resto

Rallentando insieme a tutti, la Russia ha frenato più velocemente, passando direttamente da leader della crescita mondiale ad outsider. La crescita del PIL russo nei primi tre trimestri del 2013 ha subito un rallentamento dell’1,3%. “Bisogna dire le cose chiaramente: le principali cause del rallentamento sono di carattere esterno, non interno”, - ha affermato Putin in dicembre.
La molla che ha fatto scattare la crisi russa consiste in fattori di tipo esterno: è risultato che senza un aumento dei prezzi del petrolio anche tutto il resto smette di crescere. Un anno fa il governo contava che nel 2013 l’economia sarebbe cresciuta del 3,7% con un prezzo del petrolio pari a 97 dollari al barile. E’ risultato che la crescita è pari all’1,4% (ultima previsione del Ministero dello Sviluppo Economico) con un prezzo del petrolio che supera i 107 dollari al barile. Il meccanismo di crescita basato su di un crescente e continuo afflusso di proventi in valuta si è spezzato.
Il peggioramento della situazione economica mondiale ha portato i profitti delle imprese a crollare. Secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, nel primo semestre nel campo della metallurgia il profitto è sceso fino al 44,1%, nel settore della chimica la produzione è calata del 23,6%, nell’industria meccanica del 31,5%, nella produzione di prodotti minerali non metallici del 33,2% e nelle costruzioni del 50,9%.
L’insufficienza di risorse ha limitato all’improvviso le possibilità di finanziare le imprese grazie a programmi di investimento. Così “Gazprom”, la cui quota corrisponde circa all’8% di tutto il capitale depositato nel Paese, ha ridotto il suo programma d’investimenti di quasi un terzo.
Si sono conclusi anche i grandi progetti legati a finanziamenti statali (il summit APEC, le Universiadi) e progetti di monopoli statali (la costruzione di Nord Stream). Sebbene nel settore privato la crescita di capitali investiti sia continuata, anche se lentamente, ciò non ha evitato che si riducesse nei settori pubblici e quasi-pubblici: il volume totale degli investimenti nell’economia sono crollati per la prima volta dal 2009.
La riduzione della domanda esterna ed interna ha provocato il crollo delle industrie: in generale i ritmi di crescita si mantengono nei pressi dello zero grazie all’incremento dell’estrazione del petrolio in alcuni nuovi giacimenti della Siberia Orientale (l’estrazione dei vecchi giacimenti è in calo), mentre le produzioni di lavorazione a partire dal secondo trimestre sono in deficit. Secondo i calcoli dell’agenzia di rating “Expert RA”, il calo delle industrie ha toccato il 40% nelle regioni russe, cosa che non si vedeva dalla crisi del 2009.