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EDITORIALE N.41

Eurasia - Agroindustria: EAEU guida la classifica mondiale dell’export di cereali

Russia e Kazakistan in aggiunta all'Ucraina hanno conquistato un predominio incontrastato nella filiera del grano. Ora la sfida è di crescere lungo la catena del valore con la produzione di mangimi per la produzione di proteine animali.

La Russia, con oltre 46 milioni di tonnellate è primo esportatore mondiale di grano. Si aggiunge, con un ruolo di crescente rilevanza, il Kazakistan. Rientra nel contesto anche la Bielorussia sia pure in modo indiretto, in quanto occorre risalire lungo la filiera, con la trasformazione dei cereali in mangimi e la successiva valorizzazione sotto forma di esportazioni di latte e derivati e di carni.  Infine l’Ucraina, che però non fa parte dell’Unione Economica Eurasiatica, mantiene un ruolo di primo piano a livello mondiale.

In Ucraina l’annata cerealicola 2019 - 2020  dovrebbe chiudere, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Economia, con un raccolto record di 75 milioni di tonnellate di cui 52,7 destinate all’esportazione. L’ultimo dato riguardante le esportazioni è così ripartito: 27,5 milioni di tonnellate di mais, 19,8 milioni di tonnellate di grano e 4,8 milioni di orzo e 600 mila tonnellate di cereali diversi.


Gli operatori del settore tendono a raggruppare questi grandi esportatori mondiali sotto una unica sigla: RUK (Russia-Ucraina-Kazakistan).  Nel loro insieme coprono una quota pari, mediamente, al 14% dell’export mondiale di cereali (riso incluso) e al 21% di quello di grano. Per questo ultimo prodotto si prevede che le esportazioni RUK , congiuntamente, nel prossimo anno,  supereranno quelle statunitensi dell’87%. In sostanza è quasi un raddoppio.

 

In epoca URSS la Russia era importatrice netta

 

Uno sguardo indietro nel tempo consente di apprezzare le dimensioni del cambiamento avvenuto. Alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, in epoca sovietica, la produzione di cereali della Russia ammontava a 95 milioni di tonnellate. Il Paese era importatore netto per circa 2 milioni di tonnellate. Dieci anni dopo la produzione era scesa a 65 milioni di tonnellate e le importazioni erano salite a 3 milioni. Da allora è iniziata la ripresa. Nel 2010 con una produzione pari a 82 milioni di tonnellate la Russia già si collocava sui mercati mondiali come esportatore netto con oltre 14 milioni di tonnellate. Nell’ultimo biennio i dati medi sono ancora aumentati: produzione 116 milioni di tonnellate ed esportazioni oltre 46 milioni con ricavi annui attorno ai 25 miliardi di dollari. In particolare la produzione di grano ammonta a oltre 75 milioni di tonnellate, seguita da mais (oltre 18 milioni), orzo (oltre 13 milioni)  e altri cereali tra cui la soia.

 

Crescita delle rese per ettaro

Questo ribaltamento dello scenario a livello mondiale trae origine da diversi fattori che sono oggetto di una recente analisi del Russian Journal of Economics che riguarda, nello specifico, il caso russo. Ma gli stessi fattori, sostanzialmente entrano in gioco sull’insieme dei Paesi EAEU sia pure in proporzioni diverse e con modalità in parte diverse.

Raddoppio delle rese In generale non c’è stato un aumento significativo delle superfici coltivate a cereali. Al contrario. Ad esempio, in Russia, da 58 milioni di ettari in epoca sovietica si è scesi, oggi, a 41 milioni. Ma le rese, che allora erano in media di 1,63 tonnellate per ettaro sono ora, in media, pari a 2,81 tonnellate. Gli interventi che hanno consentito di arrivare a questo risultato sono diversi: apporto di fertilizzanti, utilizzo di sementi selezionate, maggior impiego di macchinari, miglioramenti nella gestione delle grandi imprese di Stato e delle infrastrutture logistiche (stoccaggi, trasporti eccetera) con conseguente riduzione delle perdite di raccolto.


Mangimi: collegamento con le filiere delle carni

Ma c’è un ulteriore fattore di cui tenere conto, che collega la filiera ceralicola ai successivi stadi della catena del valore. Si tratta della forte riduzione, avvenuta con la fine dell’epoca sovietica, nel consumo di mangimi che ha “liberato” ingenti quantitativi resi disponibili per l’esportazione. Evidentemente il dato si è riflesso con una riduzione nella produzione di carni che in Russia è sceso da oltre 7 milioni di tonnellate in epoca sovietica a 3,6 milioni all’inizio del nuovo millennio. Con una corrispondente crescita delle importazioni passate da 1,9 a 3,2 milioni di tonnellate. Anche qui, però, è avvenuto un graduale cambiamento di scenario per cui oggi la produzione complessiva di carni ammonta a 9,2 milioni di tonnellate e le importazioni sono scese a 0,7 milioni.
Con andamenti differenziati per le varie filiere e i diversi Paesi. La svolta, in termini quantitativi, riguarda soprattutto gli allevamenti suini e di pollame. Ed è stata accompagnata dalla trasformazione di molte aziende di Stato in società private, dai sussidi agli investimenti (selezione delle razze, stalle e alloggi, macelli e centri di stoccaggio ecc) messi a disposizione dai Governi , dal miglioramento di educazione, assistenza e controlli sanitari, dalle numerose disposizioni di limitazione delle importazioni che hanno prevalentemente “difeso” i margini dei produttori locali.

 

Resta il deficit per le carni bovine
In Russia resta tuttora deficitaria, rispetto al fabbisogno e ai nuovi consumi la filiera della carni bovine che invece è fortemente sviluppata in Bielorussia, con un deciso orientamento all’esportazione sul vicino mercato russo e in Kazakhistan dove invece prevale il consumo interno. Va rilevato che anche in epoca sovietica, per la verità, la produzione russa di carne bovina era prevalentemente alimentata dall’abbattimento delle vacche da latte ormai improduttive. Ma in tempi recenti ha iniziato a decollare anche in Russia il segmento dell’allevamento di bovini da macello. Con l’ingresso dei maggiori gruppi del settore come Miratorg o di imprese di nicchia come Prime beef (gruppo Zarechnoe) o il gruppo italo-brasililiano Inalca-JBS che però opera nel settore della lavorazione e trasformazione.

Anche nel caso della filiera bovina e della collegata filiera lattiero-casearia sono state di aiuto le sanzioni occidentali che hanno consentito al Governo di Mosca di limitare le importazioni da Paesi terzi. Con notevoli perdite, nel caso della filiera casearia, anche per l’Italia o la Francia che hanno dovuto rassegnarsi a vedere esposti sui banchi dei supermercati anche forme e confezioni di parmigiano e camembert “made in Russia”. L’ulteriore svalutazione del rublo ha rafforzato le prospettive di queste nuove attività.

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