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Documenti N.56

Una Governance Multipolare per un nuovo modello di sviluppo economico e sociale (Antonio Fallico)

Di seguito riportiamo il discorso di apertura del Forum Eurasiatico di Verona tenuto dal professor Antonio Fallico, presidente dell’Associazione Conoscere Eurasia e di Banca Intesa Russia

Al centro della XIV edizione del Forum Economico Eurasiatico vi è il contributo che la Grande Eurasia, che va dall’Atlantico al Pacifico, può dare per favorire la transizione verso un nuovo ordine geopolitico, economico e sociale.
Oggi, la diplomazia tradizionale non è più sufficiente, è necessario mobilitare la diplomazia del business a livello internazionale, che è capace di abbattere muri ideologici e sovrastrutturali e barriere geopolitiche, a favore di uno sviluppo economico internazionale umanistico e inclusivo

Dopo due anni di pandemia, le prospettive di crescita sembrano positive, ma prossimamente dovremo affrontare sfide storiche a causa della crisi economica strutturale, aggravata da quella climatica. La pandemia è figlia del neoliberismo, basato su una fiducia assoluta nel mito del mercato globale deregolamentato e sul profitto privato illimitato. Il principale nemico dello sviluppo economico a servizio dell’umanità è proprio il modello neoliberistico: la pandemia si è abbattuta in un modo afflitto da enormi disuguaglianze sociali, acuendole. Abbiamo bisogno di un sistema di regole e servizi pubblici forti, ripensando completamente il modo in cui produciamo e consumiamo, perché questa pandemia non sarà l’ultima. Dovremo ripensare radicalmente i criteri di sviluppo e benessere, superando la metrica del Pil con l’Indice di Sviluppo Umano (ISU) e l’Indice di Benessere Sostenibile (IBS). 

Oggi assistiamo a un processo di deglobalizzazione in cui si sono formati alcuni centri di governance regionali e macroregionali che tendono a chiudersi verso la concorrenza esterna per sviluppare al loro interno un mercato unico con regole e standard comuni. Una delle conseguenze è la ricollocazione delle catene produttive e logistiche vicino ai luoghi di consumo. Da questa crisi sistemica possiamo uscire soltanto con un’alleanza multipolare, riconoscendo gli interessi e il ruolo economico e geopolitico di ogni Paese. 

Per superare l’attuale modello economico e al tempo stesso assicurare al nostro pianeta sicurezza e prosperità, è assolutamente necessario coinvolgere attivamente la Grande Eurasia dall’Atlantico al Pacifico. L’Amministrazione Biden appare debole e contraddittoria: da una parte cerca di rilanciare l’egemonia americano tramite la Nato, dall’altra è protagonista della caotica fuga dall’Afghanistan. Allo stesso tempo gli USA hanno costituito due nuove alleanze militari contro la Cina e la Russia: la Quad con Australia, India e Giappone e l’Auk con Australia e Gran Bretagna. Sarebbe auspicabile che gli Stati Uniti agissero con realismo, ricercando un consensus con Cina, India, Russia, Europa e la Grande Eurasia sui problemi più importanti, come crisi economica e climatica, rinunciando a provocazioni militari. L’alleanza strategica e militare fra la Cina e la Russia, infatti, costituisce una potenza economica e nucleare per lo meno pari a quella americana. 

L’Unione Europea ha buone prospettive di sviluppo economico, ma vive un periodo di difficoltà dovuto all’aumento del prezzo delle materie prime e dell’energia, alle spinte centrifughe di alcuni Paesi membri (Polonia) e di un sistema decisionale bizantino che talvolta sembra ignorare gli interessi economici verso Cina, Federazione Russa ed Unione Economica Eurasiatica, con cui le aziende europee vogliono sviluppare rapporti autonomi rispetto agli Usa: pensiamo al Comprehensive Agreement on Investment siglato con Pechino a dicembre 2020, anno in cui la Cina è diventato il primo partner commerciale dell’Ue (€ 586 miliardi vs € 555 con gli Usa). Ora è importante che Bruxelles valuti le decisioni che avranno una ricaduta strategica nei prossimi anni, con ricadute geopolitiche ed economiche, come il Nord Stream 2. 

Nell’Unione Economica Eurasiatica si rafforzano le tendenze integrazionistiche. Sebbene l’instabilità politica in Armenia, Bielorussia e Kirghisia crei inquietudini, si ha la speranza che questi Paesi sapranno superare le attuali difficoltà uscendone rafforzati, con delle istituzioni più efficienti e con la consapevolezza della necessità di un’integrazione regionale più organica. 

La Russia, motore dell’Unione Economica Eurasiatica, rappresenta un legame naturale tra l’Unione Europea e l’Asia Orientale, punto di riferimento per uno sviluppo inclusivo dell’economia tra l’Atlantico e il Pacifico. Il valore strategico della Federazione Russa è accentuato dalla sua funzione propulsiva nella Shanghai Cooperation Organization (SCO): un’alleanza politica, economica e per la sicurezza eurasiatica a cui aderiscono anche Cina, India e Pakistan. Particolare importanza rivestono poi i corridoi di trasporto, che assicurano logistica e fornitura di merci, come testimoniato dal recente blocco del Canale di Suez: i transiti navali, via i mari Artici lungo le coste russe, sono considerevolmente aumentati, passando da 697 nel 2019 a 1281 nel 2020. Si stima che l’itinerario da Shangai a Rotterdam tramite il Grande Nord faccia risparmiare circa il 20% dei costi e una settimana di viaggio rispetto all’utilizzo del Canale di Suez. Da parte sua l’Italia, legata alla Russia da storiche relazioni di amicizia e di cooperazione scientifica, industriale ed economica, può divenire un partner privilegiato della Russia e della Grande Eurasia nel rapporto con Usa e Nordamerica. 

Per superare la crisi strutturale e gli effetti disastrosi del neoliberismo e della pandemia è urgente superare tempestivamente le barriere geopolitiche, gli schieramenti militari e i pregiudizi ideologici. E, nel quadro di una governance multipolare con un ruolo attivo della Russia, della Cina e della Grande Eurasia, promuovere una rivoluzione culturale, etica ed economica che ci permetta di delineare un nuovo modello di sviluppo sociale ed economico globale, che metta al centro la dignità e i valori autentici dell’uomo. Soltanto con una solidarietà globale possiamo gestire con saggezza l’emergenza sanitaria, le molteplici crisi o le guerre che affliggono numerose regioni del mondo, combattere con successo il terrorismo fondamentalista, il narcotraffico e i flussi migratori. 

Occorre riformare profondamente le principali istituzioni internazionali, come Onu, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, affidando l’agenda economica e sociale al G20. Occorre abbattere i muri del protezionismo, andando verso una governance commerciale multilaterale, riformando il WTO. 

Non è più ammissibile che la crescita economica e i beni comuni universali, come la salute, siano ostaggi delle sovrastrutture geopolitiche, vietando persino vaccini anti-Covid di comprovata efficacia, come lo Sputnik V, anche nei casi di estremo bisogno della popolazione. Soltanto insieme, nel quadro di una governance multipolare, possiamo costruire un’economia umanistica. 

Oggi in Europa e nel mondo si intende perseguire con determinazione la transizione climatica e la transizione digitale, per le quali sono stati previsti investimenti estremamente importanti. Ma per raggiungere questi obiettivi occorre raggiungere una strategia comune a livello multilaterale. Credere di stabilire l’armonia con l’ambiente, sostituendo il fotovoltaico al petrolio, l’eolico al carbone, il biogas al gas naturale, la plastica biodegradabile a quella fatta di petrolio, è un errore che lascia le cose come stanno, continuando a navigare verso la catastrofe solo a velocità più ridotta. Dal dibattito sull’energia bisogna eliminare troppi equivoci, illusioni diffuse e pregiudizi ideologici. Al contrario occorre avere un approccio laico, realistico e non prevenuto. L’Italia, ad esempio, ha rinunciato al nucleare da fissione, senza aver deciso, peraltro, dove stoccare le scorie, ma partecipa al progetto Iter (International thermomuclear experimental reactor) per i reattori da fusione. L’Eni recentemente ha annunciato i progressi di una sua controllata nella ricerca della “fusione a confinamento magnetico”. Pur di togliere l’imbarazzante aggettivo “nucleare” si preferisce chiamarla energia stellare. Sarebbe miope, oltre che stupido, se si respingesse a priori una conquista della scienza senza valutarne convenienza e rischi. Se poi fossimo coerenti con le nostre scelte, non dovremmo acquistare energia elettrica dai francesi. Il 4% di quella che consumiamo in Italia è prodotta dal nucleare di cui non vorremmo più sentire parlare. Ma facciamo finta di niente. In Italia regna una sorta di populismo ambientalista: si dice no alla carbon capture storage, tecnologia nella quale possiamo essere all’avanguardia nel mondo, si dice no al nucleare senza distinguere tra fissione e fusione, si dice no ai biocarburanti avanzati, ad esempio quelli prodotti dai rifiuti. Al tempo stesso la quota di fonti fossili nella copertura dei nostri fabbisogni energetici è ancora all’80% e al 65% nella generazione elettrica. Il contributo delle rinnovabili è aumentato, arrivando a circa il 10% del totale, a discapito non delle fossili, ma cannibalizzando il nucleare, unica altra fonte carbon zero, espunta per ragioni sostanzialmente ideologiche dalle politiche energetiche in Occidente, ma non in Oriente. In Russia, ad esempio, il nucleare contribuisce al portafoglio energetico per il 21%, mentre l’idroelettrico per il 26% e il gas metano per il 40%. 

È, inoltre, diffusa la sensazione che la transizione ecologica equivalga a cambiare un’auto diesel con un’ibrida o elettrica, beneficiando di sussidi e incentivi a carico della comunità. Ma si passa all’elettrico senza porsi il problema di come questa energia sia stata prodotta: la Germania, capofila della sostenibilità a livello europeo, ad esempio, ha impiegato nel primo semestre di quest’anno il 40% di carbone in più per produrre energia elettrica. Nonostante il raddoppio da inizio 2021 del prezzo degli Ets, i certificati per le emissioni inquinanti, il carbone resta più conveniente. L’Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, ritiene più efficiente decarbonizzare la produzione elettrica esistente, che per il 60% in Italia non viene generata da rinnovabili, prima di pensare ad altri usi, come per esempio l’idrogeno verde che pure ha un ruolo non secondario nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. 

In sintesi, si nascondono o si considerano poco i costi della transizione, dei quali è politicamente sconveniente parlare. E si preferisce alzare l’asticella delle aspettative della sostenibilità, disegnando scenari tanto attraenti quanto difficilmente raggiungibili, senza sottolineare così l’impegno e i sacrifici necessari. Il “Green New Deal” è un cammino molto lungo, graduale e complesso che deve essere affidato a una governance multipolare vasta e coesa e a scienziati autentici e indipendenti, rifuggendo da istanze populistiche e demagogiche. 

L’Unione Europea pesa il 7% sulle emissioni globali e anche se riducesse le proprie emissioni entro il 2030 del 55% (rispetto al 1990), le emissioni mondiali si ridurrebbero di un marginale 1%. Da qui l’esigenza, per una realistica ed efficace transizione ecologica, di coinvolgere nella ricerca scientifica, nelle decisioni politiche e nei processi applicativi concreti relativi i grandi player internazionali, gli Usa, la Cina, che ormai domina il mercato delle rinnovabili e delle batterie elettriche, l’India, la Russia e la Grande Eurasia. Cina e India, le due superpotenze demografiche, sono responsabili delle emissioni di gas serra mondiali, rispettivamente del 24,7%, (prima nel mondo) e del 7%, (terza al pari dell’Europa) dopo gli Usa con il 12,3%. Mentre alla Russia spetta il 4%. Occorre trovare un consenso universale che contemperi in modo realistico gli interessi delle economie, e delle strutture industriali e dei portafogli energetici dei vari Paesi. A tal fine, la Conference of parties denominata COP26, la Conferenza annuale delle Nazioni Unite, che si svolgerà a Glasgow dovrebbe essere un’occasione da non perdere e riconoscere il gas naturale è indispensabile per una transizione energetica realistica e graduale. Ma per la transizione ecologica, condizione prioritaria e indispensabile sarà cambiare la prospettiva antropologica ed effettuare una rivoluzione economica copernicana che metta al centro il lavoro e la persona: un’economia umanistica. 

Abbiamo quasi raggiunto i limiti fisici e cognitivi dell’espansione umana, saturando progressivamente gli ecosistemi terrestri e marini con i rifiuti delle nostre attività economiche e sociali. Perciò siamo obbligati a rinunciare al consumismo e all’illusione che sia possibile mantenere un livello di consumi crescente nel tempo, per noi e per le future generazioni. La sostenibilità va intesa nella sua accezione più ampia e, nell’ambito di tale innovazione va inserita la transazione digitale. A tal proposito è molto importante il rapporto pubblicato dalla Commissione Europa (“Industria 5.0. Verso un’industria europea sostenibile, umano-centrica e resiliente”) che riconosce il potere dell’industria di raggiungere obiettivi sociali per creare una solida prosperità, operando in modo tale che la produzione rispetti i limiti del nostro pianeta e ponendo il benessere dei lavoratori al centro del processo produttivo. 

Siamo certi che in una prospettiva geopolitica multipolare che va dall’oceano Atlantico al Pacifico, i vari Paesi condivideranno obiettivi e azioni per la transizione ecologica e digitale e ne guideranno e garantiranno la loro applicazione, coalizzando la creatività delle persone, delle comunità e delle imprese. Riusciremo, insieme, a vincere questa scommessa epocale per un’economia umanistica e per raggiungere un accordo razionale e creativo fra umano e natura. Un contributo importante può e deve darlo la diplomazia del business. Con la sua struttura industriale, commerciale, finanziaria ed economica a livello internazionale, ha il potere e il dovere di condividere con la sovrastruttura politica e geopolitica globale l’urgenza di un’alleanza multipolare per assicurare la salvezza del nostro pianeta, la sicurezza e la prosperità dell’umanità.
Includere, condividere e agire deve essere la nostra stella polare verso una prosperità condivisa da tutti, indipendentemente dalla nazionalità, dal genere e dal livello sociale.  

 

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