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DA IL SOLE 24 ORE N.31

Libri: Il Secolo Asiatico

Parag Khanna, stratega politico nato in India e già consigliere di Barack Obama, ha appena pubblicato un libro (Il Secolo Asiatico) presso l’editore Fazi in cui definisce l’attuale fase geopolitica  come un cantiere in cui sta prendendo forma un nuovo ordine mondiale a trazione asiatica. Ma quale il modello di riferimento? Khanna riprende la vecchia tesi del primo premier di Singapore, Lee Kuan Yew, che è meglio «privilegiare l’ordine rispetto alla legge». La tecnocrazia, per Khanna, rappresenta il futuro dell’Asia, «una forma di salvezza una volta che le società si rendono conto che la democrazia non garantisce il successo di una nazione».

 

E’ uscito presso l’editore Fazi un nuovo libro di Parag Khanna, stratega politico nato in India e già consigliere di Barack Obama, che sottolinea come l’ascesa economica e le ambizioni di superpotenza geopolitica della Cina stiano cambiando il mondo con effetti imprevedibili tanto sulle relazioni tra Occidente e Oriente quanto su quelle transatlantiche, che un tempo apparivano inossidabili. Molti commentatori occidentali prevedono una fase geopolitica di disordine globale. Ad esempio, secondo il politologo americano Robert Kagan, nel mondo orfano della leadership di Washington sta tornando la “jungla”.

Khanna invece affronta la situazione con un occhio molto diverso partendo dal presupposto, che vista dall’Asia, l’attuale fase geopolitica appare come un immenso cantiere in cui «sta prendendo forma un nuovo ordine mondiale a trazione asiatica» che comprende la stragrande maggioranza della popolazione del pianeta.

La decostruzione dell’Occidente così come lo abbiamo conosciuto finora preluderebbe, in pratica, all’asianizzazione del mondo. Ossia a un sostanziale spostamento del baricentro economico, politico e culturale verso l’Oriente con il ritorno della “grande Asia” dopo secoli di colonialismo e di divisioni create dalla Guerra Fredda. Fra i più importanti fenomeni geopolitici degli ultimi trent’anni, Khanna enumera il consolidamento dell’Unione europea e l’ascesa della Cina, i due pilastri della futura Eurasia che ha comunque nelle ambizioni di potenza della Russia la sua terza gamba. Se considerate insieme, l’Europa e l’Asia rappresentano la più vasta e importante regione del commercio globale. Con l’espandersi dei collegamenti infrastrutturali, progettati e finanziati innanzitutto da Pechino, e degli accordi commerciali, l’asse euroasiatico è destinato inevitabilmente a rafforzarsi. Ma ciò non può che realizzarsi a scapito di quello euroatlantico. D’altronde, lo stesso Khanna considera i legami transatlantici alla stregua di ricordi crepuscolari. «La relazione transatlantica, un tempo fondamento dell’ordine globale, è oggi una scomoda nostalgia, un po’ come guidare mentre si tiene d’occhio lo specchietto retrovisore», ha affermato.

 

In Medio Oriente come nell’Asia centrale, quanto più l’America si disimpegna, tanto più aumenteranno gli sforzi dell’Asia stessa, riportando alla luce gli antichi legami di un tempo. Così, il crocevia della Nuova via della Seta, la Belt and Road Initiative (Bri), è costituito dalle ex repubbliche sovietiche di Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Kirghizistan che sono il fulcro di una modernizzazione basata su infrastrutture energetiche e dei trasporti realizzate con i capitali di Pechino.

Il “mondo armonioso” prospettato dal leader cinese Xi Jinping è un mondo in cui la gerarchia occidentale è sostituita dalla parità tra civiltà. Tuttavia, non è chiaro se questa visione implichi anche il riconoscimento delle molteplici civiltà asiatiche, a suo tempo indicate dal Nobel Amartya Sen per confutare la tesi dello “scontro di civiltà” di Samuel Huntington. Perché se è vero, come afferma Khanna, che le numerose tensioni a livello regionale in Asia non sono finora deflagrate in estesi conflitti o che i nemici di un tempo come Giappone e Sud Corea si sono riavvicinati, intimoriti dall’ascesa di Pechino, nondimeno è perché in ultima istanza c’è ancora l’ombrello militare americano e la diplomazia asiatica statunitense è al lavoro.

Secondo Khanna, le potenze dell’Asia, pur aspirando alla rinascita nazionale, non si inchineranno a Pechino né ad altri: «il futuro ordine geopolitico asiatico non sarà né americano né cinese» ma multipolare.

Eppure rimangono irrisolte alcune questioni. La prima è se i vicini della Cina riusciranno ad arginarne potere e influenza prosperando in un sistema asiatico anziché cinese. La seconda è quale ruolo e quanta indipendenza potrà avere l’Ue nell’Eurasia, secondo una visione prima prospettata dalla Russia di Putin, poi dalla Turchia di Erdogan e la cui implementazione è iniziata da tempo sotto la leadership di Xi Jinping. La terza riguarda il modello di governance tecnocratica indicato da Khanna come superamento del disordine e del clientelismo delle democrazie asiatiche (anche europee).

Il successo di Singapore e l’evoluzione tecnocratica della Cina, che Khanna giudica imperniata sulla meritocrazia, sembrano suffragare l’idea del premier fondatore di Singapore Lee Kuan Yew che è meglio «privilegiare l’ordine rispetto alla legge». La tecnocrazia, secondo Khanna, rappresenta il futuro dell’Asia, «una forma di salvezza una volta che le società si rendono conto che la democrazia non garantisce il successo di una nazione». È opportuno, tuttavia, ricordare - a mio avviso - e riflettere su ciò che lo stesso Lee Kuan Yew pensava della Cina: Pechino potrà anche eguagliare il Pil degli Usa, ma non ne raggiungerà mai la creatività perché la sua cultura non permette il libero scambio delle idee.

 

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