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AZIENDE IN PRIMO PIANO N.41

Kyrgyzistan – Oro: Chaarat Gold chiede di “sconfinare” nella  Riserva Naturale di Bech Aral

 

La società, quotata sull’AIM londinese, sta procedendo nello sfruttamento del giacimento di Chaarat, localizzato nella valle di Chatkal, che all’inizio del secolo era stata meta di una vera e propria “febbre dell’oro”.

Produzione aurifera o valorizzazione delle risorse naturali? La recente decisione presa dal Governo di Bikshek, di ridurre l’estensione dell’area protetta di Sandalach (attualmente 25 mila ettari) che fa parte dellla Riserva Nazionale di Bech Aral (110 mila ettari), indica chiaramente che i leader politici del Paese sono orientati verso la prima opzione. Il motivo? L’area coinvolta interessa il Gruppo Chaarat Gold che ha acquisito una concessione (oltre 20mila ettari) nell’attigua valle di Chatkal.

Formalmente l’iniziativa governativa è ancora allo stadio di progetto di delibera da parte del Ministero delle Risorse Naturali, da sottoporre a discussione pubblica.

L’area di Sandalach è abitata dal cosiddetto Leopardo delle nevi, una specie ormai rarissima che sopravvive soprattutto in alcune zone montane dell’Asia e dalle piccole marmotte dell’Himalaya, molto simili a scoiattoli. Vi crescono anche diverse specie floreali autoctone simili ai tulipani e considerate come piante da proteggere.

 

Ma il Governo insiste sul fatto che l’iniziativa di Chaarat Gold sarebbe capace di attirare significativi investimenti industriali in questa area del paese che fa parte della provincia di Jalal Abad. Le riserve aurifere del Kirghizistan, secondo dati ufficiali, sono attualmente stimate in 666 tonnellate con un estrazione annua pari a 22 tonnellate secondo i dati pubblicati dal World Gold Council, di 17 provenienti dal principale giacimento del Paese (Kumtor) controllato dal gruppo Centerra ormai in graduale declino, che copre una quota poco inferiore al 10% del PIL del Paese.

Il resto però è molto frammentato anche perché la politica di cessione delle concessioni minerarie da parte del Governo è stata tutt’altro che rigorosa. Due anni fa da indiscrezioni giornalistiche era emersa una lista di 593 licenze di prospezione e sfruttamento minerario di cui soltanto 53 sottoposte a qualche forma di attività ad opera di 39 diverse società. Scarsi i controlli sulla sostenibilità ambientale e più in generale sull’impatto economico esercitato nelle aree coinvolte. Nessuno stupore quindi che il settore sia è oggetto di ripetuti conflitti tra popolazione locale e società estrattive.
La stessa Kumtor, sotto questo profilo, costituisce un caso esemplare.

Una decina di anni fa, appena avviata l’attività estrattiva un primo incidente aveva provocato il riversamento di 20 tonnellate di cianuro in un torrente. Nel 2013 nuova ondata di proteste provocata, questa volta, dai bassi salari e dallo sfruttamento della manodopera era sfociata in una richiesta di nazionalizzazione che poi non ebbe seguito.

L’anno scorso, forti proteste, con scontri che provocarono diversi feriti e anche una parziale sospensione delle attività, coinvolsero un altro giacimento localizzato a Solton-Sary, localizzato nel Kirghizstan centrale, gestito da un gruppo cinese (Zhong Ji Mining) accusata di provocare l’avvelenamento delle acque e la morte del bestiame con gli scarti di lavorazione. La vicenda ha avuto un seguito anche all’inizio di quest’anno dopo la scoperta di un traffico illegale del minerale organizzato dallo stesso direttore della miniera e attualmente è oggetto di discussione anche una possibile revoca della licenza a Zhong Ji Mining.

Anche la valle di Chatkal dove è localizzata la miniera di Chaarat Gold non è stata al centro di uno sfruttamento privo di regole. All’inizio del nuovo millennio infatti era diventata la meta di migliaia di cercatori d’oro che operavano con metodi improvvisati o comunque molto artigianali. Questa vera e propria “febbre dell’oro” non aveva dato però grandi risultati e nell’arco di una decina di anni il fenomeno era sostanzialmente cessato per diversi motivi: distanze e condizioni ambientali non erano agevoli da superare, corruzioni e arbitri amministrativi nella gestione dei permessi.

Ma il potenziale per un approccio più strutturato è rimasto intatto. Di qui un crescente interesse dimostrato negli ultimi anni, da parte di società minerarie per un rilancio dell’attività di esplorazione e sfruttamento.

 Il giacimento di Tulkubash, controllato da Chaarat Gold, è costituito da ossidi a basso tenore  ma anche con bassi costi di estrazione. I margini previsti (LoM) sono compatibili con una quotazione pari a 1.400 dollari l’oncia. Entro l’estate dovrebbe essere avviata la costruzione della linea di liscivazione cianidrica. Ed entro la fine del prossimo anno la miniera dovrebbe diventare pienamente operativa, con una produzione prevista pari a poco meno di 2,7 tonnellate annue. Le riserve identificate del giacimento sono di oltre 22 tonnellate. Ma le risorse ammontano a 48  tonnellate. Ad oggi gli investimenti effettuati ammontano a 30 milioni di dollari. Per l’intero progetto il business plan prevede un investimento di 110 milioni. Di questi, 80 milioni dovrebbero essere finanziati a debito

Chaarat Gold, che recentemente ha effettuato un aumento di capitale di 20 milioni di dollari, è una società quotata all’AIM di Londra con un’attività focalizzata sui Paesi ex URSS. Controlla il giacimento di Kapan, in Armenia, con una produzione annua di 1,6 tonnellate annue, riserve accertate pari a 14 tonnellate e risorse potenziali pari a 96 tonnellate
In  Kyrghizistan, ha acquisito un’altra importante concessione, oltre a Tulkubash.  E’ il giacimento di Kyzyltash, con un tenore pari a 4 grammi per tonnellata e riserve complessive valutate in 153 tonnellate di oro. La produzione annua prevista di Kyzyltash è di 8,5 tonnellate e l’attività estrattiva dovrebbe iniziare nel 2024. Per quella data la produzione complessiva annua di Chaarat Gold dovrebbe avvicinarsi a 13 tonnellate. Attualmente la redditività del giacimento di Kapan ammonta a 12 milioni di dollari. Dovrebbe quadruplicare già nel 2022 con Tulkubash operante a regime.

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