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Armenia-telefonia: la (eventuale) fusione Ucom - Beeline diventa un “caso politico”

Formalmente l’operazione è ancora all’esame dell’Authority delle telecomunicazioni, ma i manager e fondatori dell’azienda sono contrari e vorrebbero estromettere l’azionista di controllo, il gruppo Galaxy, che fa capo a un ex ministro delle Finanze, attualmente inquisito

In aprile è scoppiata in Armenia la battaglia delle telecomunicazioni. I fatti possono essere così riassunti:
- Gli azionisti di controllo (94%) dell’unico operatore telefonico di origine “locale”, Ucom, tramite la loro holding di riferimento, il gruppo Galaxy,  hanno avviato un’offerta per assorbire una società concorrente, Beeline, controllata dal gruppo Veon.
- Si sono scontrati però con l’ostilità degli azionisti di minoranza, che sono in realtà il gruppo di manager, guidato dai fratelli Hayk e Alexander Yesayan, che avevano  fondato la società 20 anni fa iniziando a operare nella telefonia via Internet. E una volta visto il successo ottenuto,  ma anche l’ammontare dei capitali richiesto per trasformare Ucom in uno degli operatori nazionali di telefonia, si erano rassegnati a cedere il 78% del capitale azionario al gruppo Galaxy, che fa capo alla famiglia di Gagik  Khachatryan, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e successivamente ministro delle Finanze, attualmente inquisito per diversi reati finanziari,  e il 16% al finanziere russo di orgine armena, Samvel Karapetyan, che controlla il  gruppo Tahir, con un patrimonio personale valutato in miliardi di dollari.

 I nuovi azionisti peraltro, privi di esperienza nel settore, avevano evitato di interferire nella gestione lasciando Hayk Yesayan nella posizione di direttore generale delle attività.  Avevano anche appoggiato, nel 2015, l’acquisizione della filiale armena del gruppo Orange controllata da France Telecom.
Ma le cose sono radicalmente cambiate con la recente decisione degli stessi azionisti di acquisire i controllo di Beeline e di fondere le due società.  Che è stata interpretata dai fratelli Yesayan come un’operazione per estrometterli dalla gestione per affidarla, invece, al chief executive di Beeline, Andrey Pyatakhin.

In attesa di ulteriori sviluppi della fusione, Hayk Yesayan è stato estromesso dal ruolo di direttore, e sostituito da Ara Khachatryan, peraltro privo di specifiche esperienze nel settore.
Di qui una controffensiva guidata da Hayk Yesayan che è riuscito a convincere 800 persone, tra quadri e top manager, a scrivere una lettera di dimissioni. Annunciando anche che potranno confluire in una nuova società, Unet, in cui i dipendenti avranno il 20% delle quote.  L’operazione è evidentemente mirata a rendere Ucom incapace di operare.

 

Scontro di potere
Ed è nel pieno svolgimento di questa contesa che si è aperta a fine aprile una nuova finestra, politico giudiziaria, con il coinvolgimento di Gurgen Khachatryan,  che nel frattempo ha assunto la carica di presidente del Consiglio di Amministrazione di Ucom, nel processo avviato per abuso di potere, corruzione e riciclaggio di denaro in cui il principale imputato è il padre, Gagik, agli arresti, ormai, da quasi un anno. Con conseguente confisca precauzionale delle azioni in mano a Galaxy L’interpretazione dei fatti è più complessa. E’ evidente che si tratta anche di uno scontro di potere che è uscito dai confini aziendali per assumere una dimensione politica.

Che il gruppo di manager guidato da Hai Yesayan presenta come la difesa un presidio nazionale nella telefonia in alternativa a un’operazione finanziaria in cui sono coinvolti anche interessi russi (il gruppo Tahir) e un personaggio ampiamente discusso come l’ex ministro delle Finanze e la sua cerchia famigliare.
Mentre Gurgen Khachatryan,  contrattacca dichiarandosi vittima di un attacco “politico”. Che si configura appunto con pressioni dirette e indirette della Giustizia,  per costringere Galaxy a “svendere”  il controllo di Ucom e anche di  Iunetworks, una società di servizi (pagamenti elettronici, acquisti, adempimenti fiscali ecc) collegata. E’ questa anche la tesi con cui Gurgen si è rivolto all’insieme dei rappresentanti diplomatici occidentali presenti a Yerevan e all’associazione imprenditoriale europea.

 

Offerta di acquisto rifiutata
E in effetti, ma qui siamo ai retroscena, sembra che prima della “tentata” operazione Beeline, i fratelli Yesayan avessero fatto due offerte, una equivalente a 45 milioni di euro e una successiva circa 70 milioni, per rilevare le azioni di Galaxy e di Karapetyan. In questo caso diventerebbe plausibile anche un’interpretazione più utilitarista secondo cui il “clan” Khachatryan starebbe alzando la posta per uscire dal settore in un contesto in cui ha ormai perso di presa politica. E anche l’operazione Beeline farebbe parte di questa strategia.
Finora, comunque, gli ambienti governativi si sono guardati bene dal prendere ufficialmente posizione sulla vicenda, sottolineando che si tratta di una questione tra privati

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