Mosca guarda al «made in Italy» per espandersi all’estero
Sara Cristaldi
In principio furono acciaierie, raffinerie, gasdotti e oleodotti. Negli ultimi due anni la diversificazione, con investimenti in telecomunicazioni, credito, logistica e trasporti, elettronica industriale, aerospazio, mass media. Ma cominciano a muoversi anche società attive nell’agroindustria, nel turismo, nel commercio e nell’automotive. Senza dimenticare lo sport, e in particolare il calcio (il Chelsea FC del magnate Abramovich o il club tedesco Schalke 04 sponsorizzato da Gazprom).
È l’identikit dell’espansione all’estero di Russia Inc, le società transnazionali (statali e private) del gigante euro-asiatico che attraverso investimenti finanziari, produttivi e commerciali, o attraverso fusioni e acquisizioni in crescita, riportano nel mondo la bandiera della Grande Madre Russia, risorta dalle ceneri del comunismo grazie alla potente iniezione di petrodollari e ai proventi della sua immensa dote di materie prime. Con destinazione prioritaria: l’Europa. Germania, Regno Unito, Austria, ma anche Italia.
Dopo un iniziale training nei Paesi limitrofi della Csi (le ex Repubbliche sovietiche), le società russe hanno fatto rotta sul Vecchio continente, nonostante le resistenze delle autorità europee: e così, a inizio 2007, proprio qui è stato accumulato il 78% degli investimenti russi all’estero, ovvero 20,2 miliardi di dollari (dati di fonte russa). L’Europa occidentale si è mangiata la fetta più grossa della torta con una quota del 52%, in calo i Paesi Csi (22%) segue l’Est Europa (11%): questi i dati di un recente sondaggio tra le prime 25 multinazionali russe.
Il 45% degli investimenti in uscita come delle M&A restano comunque confinati ai settori energetico e metallurgico. Come nel caso delle russe Rusal e Sual che nel 2007 si sono fuse con la Svizzera Glencore, dando vita al più grande gruppo per alluminio e allumina del mondo, e contribuendo ai circa 3 miliardi di dollari investiti dai russi nella Confederazione elvetica ( stime Credit Suisse).
Per ora si è avuta la «carica dei soliti noti», società dai nomi che sono diventati protagonisti al di fuori dei confini russi: Gazprom, Lukoil, Rusal, Norilsk Nikel, Severstal, Vimpelkom e la società telefonica di Mosca Mts. Sono quelli che Boston Consulting Group ha definito i magnifici sette e che fanno capo a personaggi come Oleg Deripaska, Alexei Mordashov, Alexander Abramov o Viktor Vekselberg, entrati a gamba tesa nella graduatoria di Forbes degli uomini più ricchi del Pianeta. Ma grazie alla crescita degli investimenti esteri- che ha spinto la Russia al secondo posto (dopo Hong Kong) nella graduatoria per stock degli emergenti, con 157 miliardi di dollari a fine 2006 contro i 20 del 2000- altri nomi e altri marchi diventeranno ben presto conosciuti, come Novolipetsk Steel o il gruppo alberghiero Miramax. Anche in Italia.
Qui finora Servestal è stato di gran lunga il più importante investitore russo: le sue partecipazioni in otto compagnie fruttano il 69%del giro d’affari totale dei russi. Con Rusal Zao e Evraz Group si arriva al 99%. Ma esiste una quantità di investimenti di più difficile rilevazione nel settore immobiliare (in Costa Smeralda, poi in Toscana e ora sui Laghi), nella nautica e in attività commerciali.
Ora, lasciando sullo sfondo il tema Alitalia-Aeroflot, l’operazione Erg-Lukoil, che sarà in ogni caso seguita da altre. Con la benedizione dei Governi di Roma e di Mosca.
Il Sole 24 ORE, 25.06.2008