Le banche spingono i listini
Effetto positivo dai conti di Bnp e Hsbc - Corrono Europa e Wall Street - LE DINAMICHE - Torna la voglia di rischiare tra gli investitori: materie prime in rialzo, l'euro al record trimestrale sfiora 1,32 sul dollaro
Maximilian Cellino
Un'economia che ancora stenta a ingranare la marcia e le imprese che invece già cominciano a macinare utili e a presentare bilanci sorprendenti. L'apparente divergenza fra l'andamento del mondo micro e quello macroeconomico è in realtà un evento tutt'altro che infrequente e che di solito viene accompagnato da un aumento dell'appetito per il rischio fra gli investitori. Una situazione simile va avanti più o meno da un mese a questa parte, favorendo il recupero dei mercati azionari, e si è ripetuta anche ieri nella prima seduta di agosto.
Sul fronte delle aziende, stavolta, a sorprendere gli operatori sono stati soprattutto due pesi massimi del credito europeo: Hsbc e Bnp Paribas. Il gruppo britannico ha chiuso il primo semestre dell'anno raddoppiando l'utile netto (6,8 miliardi di dollari), mentre la banca francese ha risposto con un progresso dei profitti del 31% (2,1 miliardi di euro). Entrambi hanno superato le previsioni, hanno ridotto gli accantonamenti sui crediti a rischio e, come era prevedibile, hanno registrato forti rialzi in Borsa (+5,3% per entrambi) finendo per contagiare l'intero settore finanziario e il resto del listino. Così Parigi ha chiuso in progresso del 2,99%, precedendo Londra (+2,65%) e Francoforte (+2,34%). Piazza Affari non è stata da meno, con un guadagno del 2,5% ottenuto non solo grazie alle performance dei big bancari (+3,8% UniCredit, +3,7% Intesa Sanpaolo), ma anche al balzo di Eni (+3,1%), di riflesso ai titoli legati alle materie prime, e a quello di Telecom (+4%, di nuovo oltre la soglia di 1 euro a tre giorni dalla trimestrale).
Gli acquisti si sono fatti più insistenti nel pomeriggio, nel momento in cui anche Wall Street ha aperto in deciso rialzo (l'S&P 500 ha poi chiuso a +2,2% e il Nasdaq a +1,8%). Quando si parla di New York, tuttavia, il discorso si fa più complesso: ci sono state, è vero, anche qui, le consuete sorprese da trimestrali di società non di primo piano, ma non si tratta certo di una novità visto che, secondo Bloomberg, fra le 300 aziende dell'S&P 500 che hanno diffuso i dati dal 12 luglio in poi, il 75% ha realizzato utili migliori delle attese. Per gli analisti, il mercato avrebbe piuttosto reagito ai dati macro diffusi poco dopo l'apertura, in particolare all'indice Ism sull'attività nel settore manifatturiero (di cui si parla in modo approfondito nella pagina a fianco).
Qui però le opinioni divergono: per alcuni il valore in discesa, ma migliore delle previsioni, avrebbe offerto agli operatori una buona scusa per mettere da parte la delusione dei dati sul Pil della scorsa settimana e per spingere all'acquisto. Altri invece leggono il dato in senso opposto, analizzandone le singole componenti: «Il calo del sottoindice legato agli ordini alle imprese e il contemporaneo aumento di quello legato alle scorte si traduce in un risultato positivo dal punto di vista algebrico per l'indice composito, ma non è certo un bel segnale per la produzione manifatturiera», sottolineano da Goldman Sachs.
Che negli Stati Uniti l'economia non stia recuperando al passo sperato non è certo una novità, e ieri lo ha ancora una volta sottolineato il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, ricordando che la crescita è «moderata», che esistono «significativi freni», e che «servirà ancora molto tempo prima di arrivare a una piena ripresa». Parole che lasciano presagire tassi fermi e una politica monetaria estremamente accomodante da parte della Fed per un periodo probabilmente più lungo rispetto alle attese e che, secondo gli operatori, non farebbero altro che accrescere la voglia di rischiare sui mercati. Tanto più che all'orizzonte si profilano le elezioni di metà mandato, di fondamentale importanza per l'amministrazione Obama che, ovviamente, preferirebbe arrivare all'appuntamento con il biglietto da visita di una Borsa brillante. «Sembra che fra gli investitori – conferma un operatore – stia crescendo una sorta di convinzione sul fatto che da qui ad autunno ci si debba aspettare una serie di stimoli, di promesse, o un flusso di informazioni tale da favorire comunque l'andamento dei listini».
Quanto sia sostenibile al di là dell'immediato un movimento rialzista che si basa su premesse del genere, così come sulla dicotomia fra micro e macroeconomia, naturalmente è tutto da verificare. Sta di fatto che per il momento il ritorno dell'appetito per il rischio si estende un po' a tutte le classi di investimento, a partire dalle materie prime: ieri il petrolio è tornato sopra gli 81 dollari al barile e anche il rame è di nuovo sui livelli di tre mesi fa (vedi articoli a pagina 32). Collegato a questi movimenti è anche il recupero dell'euro, che ha approfittato della debolezza del dollaro per sfiorare quota 1,32, massimo da tre mesi a questa parte. «C'è il pericolo che a un certo punto i dati negativi sull'economia americana si possano di nuovo tradurre in un'ondata di avversione al rischio», avverte però un trader. Il primo vero banco di prova, sotto questo aspetto, si avrà venerdì prossimo, quando il mercato dovrà fare i conti con le nuove cifre sull'occupazione Usa.