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La zarina di Kiev vicina al «nemico»

04 gen 06

 

L’unica certezza è un gesto di Mosca, il resto sono solo voci assordanti. Yulia Timoshenko, la zarina della rivolta arancio, la pasionaria di Kiev, la donna che nella sua strenua difesa dell’indipendenza e del nazionalismo ucraino era riuscita a farsi appiccicare tutti i luoghi comuni dell’iconografia rivoluzionaria, tentenna.

A dir poco. La stessa Yulia un anno fa era la più dura nel contestare l’invadenza di Mosca e si era confermata ostacolo difficilissimo in maggio quando aveva messo il blocco al prezzo della benzina in Ucraina scatenando la prima crisi energetica con il Cremlino.

Crisi grave - vale la pena di ricordarlo - che costrinse il presidente Viktor Yushenko a intervenire e a cacciarla dalla guida del Governo frantumando in modo drammatico la coppia di ferro che aveva guidato la rivolta arancione. Oggi potrebbe essere lei lo strumento di Mosca per riacciuffare il controllo dell’Ucraina.

Una certezza, abbiamo detto, sostiene questa ipotesi: l’improvvisa decisione della magistratura di Mosca di chiudere il processo contro la Timoshenko accusata, e per questo ricercata, di aver frodato la Russia su una fornitura militare quando era vicepremier all’epoca della presidenza Kuchma. Quell’imputazione che permetteva a Mosca di tenere sotto scacco la sua più acerrima nemica è stata cancellata il 25 dicembre. Perché? Perché ora, a tre mesi da elezioni parlamentari che daranno una nuova chance a Putin di mettere uomini suoi nel cuore del sistema politico di Kiev?

La risposta è solo una: Timoshenko non è più la nemica numero uno, anzi potrebbe essere diventato uno dei tanti pilastri su cui la Russia cerca di stabilire nuova influenza nell’ex Repubblica sovietica sempre più filoamericana, sempre più filoeuropea. Campionissimo dell’Ucraina occidentalizzata è sempre stato il presidente Yushenko molto più di Timoshenko. Ed ecco che le carte di Kiev possono essere state rimescolate una volta di più con un colpo di scena in ossequio alla centralità dell’Ucraina nella partita energetica scatenata dalla Russia.

Il portavoce della Timoshenko si è affrettato a smentire lo scenario «del grande tradimento» ma non ha potuto smentire il rifiuto di Yulia a unirsi al partito di Yushenko in Parlamento per fare fronte comune antirusso nella partita del gas. E quel rifiuto dà credito alla tesi di tanti politologi russi secondo cui Mosca ha deciso di scendere a patti con Yulia e per cominciare ha cancellato la taglia sul capo della madrina della rivoluzione. Così sulle ceneri dell’autunno di Kiev si stagliano ora le parole pronunciate da un anonimo deputato di Kiev alla Camera: «Ci avevano detto che saremmo andati in Europa, ci avevano detto che saremmo andati nella Nato e invece stiamo semplicemente andando al diavolo».

L.Mais.