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Lo scontro sul gas

04 gen 06

Il braccio di ferro Energia russa, il giorno dell’allarme Poi Gazprom aumenta i rifornimenti «per compensare i furti di Kiev» - Ucraini e russi restano lontani - Nessuno spazio alla trattativa

MOSCA - Con un effetto domino, l’allarme gas scivola da un importatore all’altro: l’Europa comincia ad avvertire i contraccolpi di una crisi che alle 10.00 di domenica 1° gennaio ha spinto Gazprom - il monopolio russo dell’energia - a chiudere i rubinetti del gas verso l’Ucraina. Iniziano l’Ungheria, la Romania, la Polonia, poi l’Austria, l’Italia: a uno a uno denunciano un calo di pressione nei gasdotti, l’energia in arrivo dall’Est sta diminuendo.

Ma il loro coinvolgimento nel braccio di ferro tra Mosca e Kiev sui prezzi da applicare all’import ucraino non sembra sufficiente a far parlare di trattative. Dalla giornata di ieri non è venuto alcun segnale di avvicinamento delle posizioni. Al contrario, i due contendenti alzano il tono delle accuse: e Gazprom, che imputa agli ucraini il furto di 100 milioni di metri cubi destinati ai consumatori europei, ha annunciato ieri sera che per compensare quanto «prelevato» da Kiev aumenterà di 95 milioni di metri cubi al giorno i rifornimenti verso la Ue, in modo da ripristinare i normali livelli delle forniture. Per monitorare il flusso, Gazprom si è affidata a una società internazionale di monitoraggio, la svizzera Sgs: i 100 milioni di metri cubi «scomparsi» hanno un valore di 25 milioni di dollari. «Abbiamo preso tutte le misure necessarie per la fornitura di gas all’Europa secondo i contratti - ha dichiarato Aleksandr Medvedev, vicepresidente di Gazprom responsabile per l’export -. La ripresa totale delle forniture all’Europa è prevista per domani sera (questa sera, ndr)». La situazione, avverte Medvedev, «non potrà durare in eterno per coprire i prelievi abusivi dell’Ucraina». Ma le proteste degli europei hanno già avuto effetto: Gazprom fa marcia indietro, ieri sera già Ungheria e Austria confermavano che i rifornimenti erano tornati alla normalità.

L’Ucraina naturalmente nega di aver sottratto gas in transito sul proprio territorio, e attribuisce a Gazprom i cali registrati dagli europei: «Tutto il gas diretto ai mercati europei è stato trasportato in pieno», afferma il ministro dell’Energia ucraino, Ivan Plackov. Ma aggiunge: «Se il termometro andrà sotto zero, consumeremo il gas russo che riceviamo in pagamento per il transito, in conformità con le esistenti condizioni contrattuali».

In attesa di un cedimento, cresce l’impazienza delle cancellerie occidentali verso Mosca: la Germania - che dipende per il 35% del proprio fabbisogno dal gas russo - avverte che ci penserà due volte prima di importare più gas da Mosca se non si dimostrerà un fornitore affidabile. «Le due parti hanno assunto degli impegni, e noi ci aspettiamo che vengano rispettati», ha detto a Berlino il portavoce del Governo Thomas Steg, ribadendo che la Germania non intende fare da mediatore dal momento che nessuna delle due parti sembra favorevole a un intervento esterno. Ancora più duro il ministro dell’Economia Michael Glos: «La Russia ha la presidenza del G-8, e anche nella disputa sul gas ci si aspetta un comportamento responsabile».

Perché intanto si allunga il bollettino della crisi: l’Ungheria denuncia un calo del 40% delle forniture, e già annuncia che ridurrà a sua volta le vendite a Bosnia e Serbia. L’Austria ha già dato mano alle riserve, Gaz de France parla di tagli del 25-30%. In tutti i casi i Governi assicurano che non ci saranno ricadute sui cittadini e ricordano le possibilità di forniture alternative. Ma è chiaro che la pazienza si assottiglierà con il passare dei giorni: sono almeno 13 i Paesi che per riscaldamento e uso industriale dipendono prevalentemente dal gas russo spedito via Ucraina, tra loro Francia, Germania, Italia. Passa quasi inosservata, nella furia della crisi, la denuncia della Moldova, a cui la Russia avrebbe tagliato quasi integralmente le forniture. Washington alza la voce: le mosse russe, interviene il portavoce Sean McCormack, «sollevano serie perplessità a causa dell’uso dell’energia per esercitare pressioni politiche».
A.S.