A Minsk nella cortina di latta
Chi prova ancora nostalgia della vita prima della caduta del Muro va in Bielorussia. Ma un Mc Donald's o un negozio che si nasconde dietro a un portone riporta alla realtà - La giovane identità è il problema più serio: nel Paese è scarsa la cultura locale, poca la letteratura e la musica
di Franco La Cecla
La cosa più strana di Minsk sono i turisti russi che vengono qui in crisi di nostalgia del tempo dei soviet. Nostalgia praticata anche da registi russi come Valeriy Todorovskiy che è venuto qui a girare Stylagi un music-hall sulla storia dei giovani moscoviti rockabilly che negli anni 50 si vestivano come i loro coetanei americani e ascoltavano e suonavano il jazz. Soltanto a Minsk si poteva ritrovare senza troppi problemi la cornice di una Russia dietro la cortina di ferro, senza la presenza invadente di neon, cartelloni pubblicitari ed enormi schermi al plasma. In effetti Minsk, un milione e mezzo di abitanti, capitale della Bielorussia, un paese da dieci anni governato da un dittatore di campagna, Lukašenko, ricorda molto il mondo pre-caduta del Muro. I suoi larghi viali costeggiati dalla monumentale edilizia sovietica, i grandi parchi, le statue di Lenin e perfino del malefico Felix Dzerzhinsky, fondatore della Cheka, l'organo predecessore del Kgb, fanno pensare a un passato che non è mai passato.
Poi però vi rendete conto che questa non è una cortina di ferro, ma di latta. Si può fare shopping di prodotti europei e occidentali, c'è internet e facebook, soprattutto la gente non è quella di un paese irregimentato. La gente, moltissimi giovani, moltissime donne, bellissime, dalle lunghe gambe slave che mettono generosamente in mostra su tacchi estremi. Ho chiesto a Francesco Cataluccio, autore del migliore Baedeker ai paesi dell'est, Vado a vedere se di là è meglio (Sellerio editore) cosa dovessi aspettarmi da Minsk e lui mi ha risposto che ci sono le donne più belle del mondo, ma spesso hanno i baffi. Immagino fosse una cattiveria passatagli da Kapuscinski che era nato in Bielorussia, ma da buon polacco la detestava di tutto cuore (in Imperium dice che è il solo posto in cui ha avuto davvero paura). Qui c'è una percentuale uomo/donna squilibrata, otto donne per un uomo. Probabilmente è un effetto della guerra che fece stragi totali e massacrò gli ebrei che costituivano una buona metà della popolazione.
Un bellissimo libro di Ludmila Ulitskaja, Daniel Stein, traduttore (Bompiani) racconta la storia di Oswald Rufeisen, un adolescente ebreo che salvò la vita a seicento delle migliaia di ebrei rinchiusi nel castello di Mir nel sud della Bielorussia e destinati a essere annientati dalla Gestapo. Tutto un mondo antichissimo di shtetl, di villaggi ebrei e una cultura strettamente legata a questa regione – quella raccontata nei dipinti di Chagall, anche lui ebreo e nato qui – venne annullata. Oswald Rufeisen fu capace di organizzare una fuga e una resistenza nelle fitte foreste di abeti e betulle. Oggi si respira in Bielorussia il senso di una cesura netta con la storia precedente. In questa regione pesantemente si è pagato l'essere una zona di passaggio, da Napoleone a Hitler a Stalin. Ma alcuni aggiungono che lo squilibrio demografico attuale forse è dovuto all'influsso della vicina Chernobyl, a causa dei medicinali a base di ormoni di cui furono imbottiti gli abitanti di Minsk e che potrebbero avere alterato "in femminile" l'equilibrio demografico. Sicuramente c'entra l'attitudine alcolica dei maschi qui, come in Russia, e l'alta mortalità maschile in giovane età.
Comunque sia, passeggiare per questa città è piacevole, c'è un ordine, una pulizia da paese scandinavo e poi quella strana sensazione di un sottotono, di un relativo silenzio pubblicitario. E stupisce l'assenza dell'icona del dittatore. Pare sappia di non essere molto amato, lui che è considerato un estraneo di estrazione contadina che parla a stento il bielorusso... Pochi cartelli, poche affissioni al punto che si fa fatica a capire da fuori che tipo di merci vengono vendute nei negozi. Vi avvicinate a una porta a vetri monumentale in pieno centro e finite in una modesta panetteria popolare. Aprite un portone di un condominio e invece è un'immensa farmacia o un negozio di abbigliamento. L'impressione per noi è di un luogo meno colonizzato dal l'ossessione del marketing, ma quando andate a cercare la ragione non trovate una scelta politica, ma il dazio del 20% su tutte le merci che entrano in Bielorussia che va direttamente alle casse di Lukašenko. Rimane poco margine per la pubblicità.
Questa politica altera e protezionista è però più ideologica che reale. La Bielorussia si era rifiutata di pagare a Putin il gas che arrivava dal territorio sovietico, ma ultimamente Lukašenko ha cambiato idea, dice che pagherà. Il braccio di ferro con i vicini (la Bielorussia si è rifiutata di tornare all'interno della Federazione Russa) e con l'Europa è un braccio di latta, in funzione antiamericana, aperto a Berlusconi, Gheddafi, Chavez, ma poi sotto sotto a tutti coloro che vogliano investire qui, la Turchia per prima. L'effetto generale è un paese "baltico", una popolazione tranquilla, una città piacevole e soprattutto una calamita per gli occidentali in cerca di avventure sessuali. Ma anche qui c'è un equivoco. Le donne bellissime di Minsk non sono donne deboli e disposte a darsi a chi prometta loro un matrimonio che le porti via o semplicemente un accompagnamento munifico. Sono donne indipendenti, con uno stipendio anche se modesto fin da giovanissime, che viaggiano – anche se con difficoltà economiche – che vanno a studiare all'estero e parlano le lingue, ma che poi nell'insieme vogliono restare o tornare qui.
Una delle scene più esilaranti si può ammirare all'incrocio sulla Nezalezhnasti Ulitza, viale dell'Indipendenza, il grande asse che taglia in due Minsk, di fronte al Mc Donald's. Qui si riuniscono gli italiani che vogliono rimorchiare, abbronzature da lampada, catena al collo con l'iniziale del nome, Nino, Salvo, Pino e l'attitudine di chi vuole presto "realizzare" perché ha un aereo tra due giorni. Le bionde ventenni passano, ma sono loro ad abbordare, con spregiudicatezza e con l'aria di chi sa bene con chi ha a che fare. Siamo in una simulazione di un paese dell'est e la simulazione è giocata più dalla parte femminile che da quella dei maschietti stranieri. Le donne qui hanno una forza dovuta alle durezze del passato, a una storia di indipendenza femminile e di consuetudine al lavoro a cui le ha abituate la tradizione di una mascolinità distratta da alcol e politica. Forse anche per questo i maschi stranieri comunque riscuotono attenzione. E il flusso di uomini in cerca di compagne e mogli rimane, i turchi per primi, e la sera nelle discoteche e nei locali la messinscena va avanti.
Il vero problema di questo paese è la sua relativa giovane identità. C'è poca letteratura, poca musica, poca cultura locale. L'eleganza monumentale e la serenità dei viali alberati e dei quartieri operai dà all'insieme un'aria verginale, di qualcosa che deve ancora iniziare e allo stesso tempo è un po' ammalato di malinconia. Qui prevale una specie di tabula rasa una mancanza di segni forti che dà luogo a un mondo discreto, sottotono, una modestia che, purtroppo, non è una scelta.