Quei «koupon» rastrellati dagli oligarchi
Antonella Scott
Li chiamarono koupon, in origine, e ce n'era uno per ciascuno: una privatizzazione di massa, lo stratagemma ideato da Boris Eltsin per far digerire a 144 milioni di russi un concetto demonizzato per 70 anni, e improvvisamente riabilitato perché il nuovo stato russo non avrebbe mai avuto la forza da solo di rianimare l'esangue industria sovietica. Erano dei cartoncini rosa, distribuiti perfino ai bimbi appena nati.
Valevano 10mila rubli, oggi più di 300 dollari ma allora - siamo nell'ottobre 1992 - poco più di 60. Attestati di un'enorme ambizione, o un'illusione infinita: rendere ogni russo proprietario di una piccola fetta di quell'immenso tesoro che finora era stato globalmente di tutti. Il voucher dava diritto all'acquisto di azioni in una delle medie e grandi imprese privatizzate, oppure in uno dei nuovi fondi di investimento.
L'illusione durò poco, per alcuni neppure un istante: forse già sapevano come sarebbe andata a finire i russi che si bevvero quei 60 dollari. O quelli che li misero sotto il materasso, per farli rosicchiare dall'inflazione. Dalle grandi privatizzazioni degli anni 92-94, e in seguito dallo schema "prestiti in cambio di azioni" escogitato per salvare le casse pubbliche con i soldi degli oligarchi, uscì una classe ristretta di grandi proprietari legati a filo doppio al potere, separati dalla gente comune da un baratro sociale. Un'esperienza che traumatizzò la Russia: il capitalismo erano pochi spregiudicati che avevano fatto ricorso a ogni mezzo per arraffare quanti più voucher possibile.
Oggi il ministro delle Finanze di Vladimir Putin, Aleksej Kudrin, mantiene l'impegno preso un anno fa e rompe il tabù: la Russia torna a privatizzare. Sono passati tanti anni, delle ruberie del passato sono rimasti dei gangster, degli esuli, dei detenuti, ma anche dei manager competenti che hanno salvato le aziende prese in mano. Loro, e i ministri di Putin autori del programma, hanno la possibilità di dimostrare che il capitalismo russo aveva e ha ancora bisogno di tempo per maturare.