Berdjaev, il personalista
Seguace e poi critico di Marx, il pensatore ucraino dedicò gran parte della propria opera alla ricerca della libertà da ogni forma di schiavitù
di Maria Bettetini
L’uomo è un enigma del mondo, forse il più grande. Non come parte della natura o della società, ma «come persona, precisamente in quanto persona». Tutto il mondo non è niente di fronte «al solo volto dell’uomo, al solo destino dell’uomo». Questo essere che può avere coscienza di sé dall’alto o dal basso, «dal principio divino che è in lui» oppure «dalle sue tenebre, dal suo principio naturale-subcosciente e demoniaco». L’uomo è simile a Dio e alla bestia, «libero e schiavo, capace di elevazione e abbassamento, di grande amore e sacrificio e di grande crudeltà e illimitato egoismo». Nikolaj Berdjaev così scriveva nel 1939, invocando a testimoni della contradditorietà dell’uomo e della tragicità del suo principio Dostoevskij, Kierkegaard, Nietzsche. L’indice dell’opera di cui si parla, originariamente intitolata Della schiavitù e della libertà dell’uomo. Saggio di filosofia personalistica, oggi proposta in una nuova traduzione con testo russo a fronte, sembra un elenco dei peccati, una sorta di penitenziario medievale. La seduzione dell’individualismo, della guerra, del nazionalismo. Quella dell’aristocrazia e quella del borghese denaro e, di seguito, della rivoluzione e del collettivismo, con un sottotitolo interessante: «tentazione delle utopie, il duplice aspetto del socialismo».
I titoli proseguono poi con il male dell’erotismo e dell’estetismo, per concludere con un capitolo dedicato alla vittoria sull’angoscia e sulla morte, alla liberazione spirituale dell’uomo, infine a un escatologismo definito «attivo-creatore». Ma chi è e che cosa propone in un anno di fuoco come il 1939 questo filosofo ucraino, noto come esistenzialista cristiano e nato come appassionato marxista? Di Nicolaj Aleksandrovic Berdjaev l’opera più nota è Nuovo Medioevo, pubblicata a Berlino nel 1923: un testo controcorrente, dove si legge di una luce diurna della modernità che si sta spegnendo per far posto al «medioevo» bolscevico, dove una nuova religione prende il posto del cristianesimo per imporre la sottomissione al Principe del Male. Nel nuovo medioevo di Berdjaev in nome di una lotta contro la religione si cancellerà ogni lume razionale e si instaurerà una religiosità estrema, certo non in nome di un Dio.
Berdjaev nasce a Kiev nel 1874 in una famiglia aristocratica di antiche tradizioni militari, e mai mancherà di sottolineare la personale insofferenza per qualunque forma di autorità o autoritarismo. Ventenne, si dedica allo studio della filosofia e frequenta marxisti e socialdemocratici, prendendo parte ad attività eversive. Arrestato più volte, espulso dall’università, viene condannato a una pena relativamente leggera e trascorre tre anni al confino. Vive l’arresto come una iniziazione al libero pensiero, si lega a Struve e Šestòv, tenta di conciliare marxismo e idealismo facendo riferimento ai principi etici di Kant. Ma già nel 1902 abbandona le teorie marxiane e si lega a intellettuali come Bulgakov, sempre inquieto, sempre senza una soluzione per tutto: non Kant, non Marx, nemmeno la Chiesa ortodossa che pure in quegli anni vive una sorta di rinascita culturale e spirituale. Nel 1911 esce la sua prima opera sul tema della libertà, ovvero di un uomo che liberamente può portare a compimento il lavoro divino della creazione. Durante la prima guerra mondiale e gli eventi del 1917 si schiera dalla parte dei rivoluzionari e ottiene una cattedra all’Università di Mosca. Arrestato e più volte interrogato durante le epurazioni di borghesi sospetti, nel 1922 abbandona la Russia per Berlino, dove pubblica Nuovo Medioevo.
Da Berlino a Parigi, la nuova vita di Berdjaev è culturalmente ricchissima: fonda riviste, scrive testi, tiene conferenze e soprattutto frequenta intellettuali, esistenzialisti, personalisti o quel che siano, come Gide, Marcel, Mounier, Malraux. Berdjaev non si definisce un esistenzialista, perché considera l’esistenzialismo solo una corrente codificata nel panorama intellettuale europeo. Per quanto riguarda la persona, Berdjaev si fonda su Heidegger e Jaspers per criticarli e arrivare a definire il ruolo dell’uomo come quello di un «complice» del divino, di colui che può permettersi di portare a compimento l’atto creativo. Certo, a patto di riconoscere le diverse forme di schiavitù e di sapersene liberare. Ogni individuo nasce schiavo della natura, di cui cerca di impadronirsi attraverso la civiltà oppure la collettività sociale. Altri inganni, altre schiavitù, che potranno essere interrotte solo da una forma di trascendenza che «non significa che la persona è subordinata a un qualche intero, che si inserisce come parte costituente di una qualche realtà collettiva, che si rapporta all’essere supremo come a un signore». La trascendenza non schiaccia la persona, è un processo attivo, è un incontro, è una risposta.
Nikolaj Berdjaev, «Schiavitù e libertà dell’uomo», testo russo a fronte, a cura di E. Macchetti, Bompiani, Milano, pagg. 678, € 30,00.
Il personaggio
Nikolaj Aleksandrovic Berdjaev nasce a Kiev nel 1874 da una nobile famiglia di tradizioni militari. Fin da giovane si appassiona allo studio di Marx, che gli sembra rappresentare l’esito compiuto del messianismo giudaico e cristiano. Per aver aderito a circoli socialdemocratici e marxisti, Berdjaev viene deportato prima a Vologda e successivamente a \x{017d}itomir. Dopo la Rivoluzione del 1917, ricopre la cattedra di Filosofia all’Università di Mosca. Nell’inverno 1920-1921 tiene una serie di seminari su Dostoevskij, nei quali mostra il fallimento dell’utopia marxista. Questi interventi non sono apprezzati dalle autorità, che lo costringono all’esilio. Si reca prima a Berlino e poi a Parigi, dove entra in contatto con gli ambienti esistenzialisti.
Muore nel 1948.