Il denaro russo fugge dall’Europa verso i Paesi asiatici

Nell’ultimo trimestre del 2007 dai depositi sui conti russi aperti nelle banche europee sono stati ritirati 55 miliardi di dollari – Gran parte trasferiti verso regimi fiscali più favorevoli – Per gli investimenti della Banca Centrale in bond Usa a rischio un quinto delle riserve aurifere e valutarie della Russia

Alla fine del 2007 si è registrata una fuga massiccia di capitali russi dalle banche europee. Infatti, nel periodo ottobre-dicembre dello scorso anno la clientela russa ha ritirato 55 miliardi di dollari, creando non pochi problemi agli istituti di credito del Vecchio Continente. Per la prima volta dal 2003 i clienti russi hanno alleggerito i propri conti anziché provvedere a rimpinguarli, com’era successo nei cinque anni precedenti.
Complessivamente, 55 miliardi non è una cifra elevata per il sistema bancario europeo, ma  l’esodo di capitali ha messo in difficoltà le banche  con un elevato numero di clienti russi.
Dei 390 miliardi di dollari bruciati dal sistema bancario globale in seguito alla crisi finanziaria del 2007, 200 miliardi riguardavano le banche europee. In ogni caso, la fuga dei capitali russi è legata non tanto alla preoccupazione dei clienti per il proprio capitale ma, soprattutto per le società, alla necessità di ottimizzare la struttura delle proprie risorse finanziarie. La crisi finanziaria ha ostacolato l’accesso delle società russe alle risorse finanziarie internazionali, rendendo quindi indispensabile il ritiro dei depositi,  utilizzati per il rimborso dei debiti corporate oppure per il sostegno dei programmi d’investimento avviati in precedenza. Questa ipotesi è stata confermata dagli analisti della Citi, secondo cui il punto massimo (più di 9 miliardi di dollari) dei rimborsi dei debiti esteri dalle società russe è stato registrato nel novembre  2007.
Molti russi stanno spostando i propri fondi dall’Europa verso i Paesi asiatici soprattutto per godere di più favorevoli regimi fiscali. 
DenaroI russi non vogliono perdere i propri capitali affidando il denaro alle banche di Paesi europei che applicano imposte molto alte. Così, dopo che si è chiuso l’ultimo spazio nel Vecchio Continente con l’adesione di Cipro all’Unione europea, i capitalisti russi si sono visti costretti ad affidare i propri fondi agli istituti asiatici.
I primi investitori russi sono arrivati a Hong Kong e in altri Paesi asiatici tra il 2004 e il 2005. E negli ultimi due anni il processo di  ridistribuzione di capitali tra l’Europa e l’Asia ha avuto un’accelerazione.
Secondo le stime della Societé Generale praticamente il 100% del denaro russo è arrivato nei sistemi finanziari dei Paesi asiatici non direttamente dalla Russia, ma dai noti centri europei  off-shore. Secondo gli analisti finanziari russi l’interesse delle società russe nei confronti delle zone off-shore dovrebbe continuare a crescere fino a quando il Governo di Vladimir Putin non abbasserà la pressione fiscale sulle aziende. Quando verranno ridotte le aliquote della cosiddetta Imposta sociale unita e, poi, dell’Iva non avrà più senso tenere il denaro all’estero.
La riduzione dei mezzi, accumulati dai clienti russi sui conti bancari in Germania, Francia, Belgio e Gran Bretagna è stata confermata dagli analisti dalla Banca per i calcoli internazionali. Nel periodo ottobre-dicembre 2007 i volumi dei crediti internazionali dei Paesi europei in via di sviluppo è cresciuto del 42% rispetto al quarto trimestre 2006 , raggiungendo la cifra record di 899 miliardi di dollari. Un aumento così notevole dei crediti, insieme al ritiro del denaro russo dalle banche europee, ha fatto salire nel quarto trimestre 2007 l’afflusso netto di capitali nei Paesi dell’Europa Orientale a quota 95 miliardi di dollari, di cui i due terzi sono stato ottenuti dalla Russia.
Anche il primo vice governatore della Banca centrale della Russia, Aleksandr Khandruev, concorda sul fatto che gli investitori russi stiano trasferendo i propri capitali sui promettenti mercati del Sud-Est asiatico, dell’America Latina e anche della Russia.
La Banca centrale della Russia potrebbe risultare in parte ‘colpevole’ della fuga di capitali russi dalle banche europee. Infatti, secondo i dati forniti dalla Russia al Fondo monetario internazionale, la quota delle riserve valutarie russe sui conti bancari in Occidente è diminuita nel quarto trimestre  2007 di oltre 17 miliardi di dollari, e ancora di altri 39 miliardi nel primo trimestre 2008. Nello stesso tempo gli investimenti istituzionali russi in titoli di vario tipo sono aumentati nel periodo indicato di 92 miliardi. La Banca centrale russa ha il diritto di investire in bond con i più alti rating creditizi. Ma il passaggio di una parte delle riserve internazionali della Russia dall’Europa in bond statunitensi potrebbe aver giocato un brutto scherzo all’Istituto centrale russo e potrebbe essere a rischio un quinto delle riserve aurifere e valutarie del Paese, che il 24 giugno maggio scorso ammontavano a 551,5 miliardi di dollari. E questo perché oltre 100 miliardi di dollari sarebbero stati investiti in bond della megafinanziaria immobiliare Freddie Mac, della consorella Fannie Mae e anche della Federal Home Loan Bank.
Oltre alle gravi perdite finanziarie, l’errata strategia di investimenti esteri dell’Istituto centrale russo - su 100,8 miliardi di dollari, oltre 60 miliardi sono stati investiti in bond americani  lo scorso anno proprio nel pieno della crisi da credit crunch - rischia di provocare uno scandalo ai vertici finanziari e politici di Mosca. Per non parlare, poi, del pericolo che possa saltare la realizzazione di un programma in base al quale una parte consistente dei 162 miliardi di dollari, accumulati nei vari fondi statali, potrebbe essere investita anche in obbligazioni societarie all’estero.
Finora la Banca centrale aveva puntualmente evitato di rivelare il grado del proprio coinvolgimento finanziario nella crisi degli Stati Uniti: «I nostri investimenti non superano qualche punto percentuale delle intere riserve internazionali della Russia», ha dichiarato lo scorso marzo il vice Governatore della Tsentrobank, Aleksej Uljukaev, puntando sull’altissimo rating creditizio delle finanziarie immobiliari statunitensi. «Non rischiamo di perdere gli investimenti: al massimo potremo ottenere un tasso di rendimento inferiore alle nostre aspettative», ha aggiunto Uljukaev.. Secondo gli analisti finanziari russi e internazionali la Tsentrobank, che negli Stati Uniti controlla (come si è scoperto) il 4% dei bond delle tre maggiori finanziarie immobiliari, dovrà condividere in piena misura il peso delle perdite: dal 2007 i bond di Fannie Mae e di Freddie Mac hanno lasciato sul terreno rispettivamente il 54,2% e il 63,3%, registrando perdite di 2,1 e di 3,1 miliardi di dollari.
Le previsioni per il 2008-2009 sono altrettanto pessimistiche: Freddie Mac rischia di perdere ancora 2,9 miliardi di dollari, mentre Moody’s ha dichiarato di temere notevoli danni finanziari anche per Fannie Mae.
Le clamorose rivelazioni del resoconto della Banca centrale russa rafforzeranno le posizioni di coloro che, nel Governo e nella Duma di Stato (la Camera bassa del Parlamento russo), insistono sulla necessità di investire una parte consistente delle riserve statali in bond e in titoli di società russe, anziché all’estero. Attualmente, oltre alle riserve internazionali della Banca centrale, lo Stato ha accumulato 162 miliardi di dollari, ricavati dall’esportazione petrolifera, nel Fondo di riserva (129 miliardi) e nel Fondo del welfare nazionale (33 miliardi).


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