In un recente programma televisivo il presidente russo Vladimir Putin, ha dichiarato che nel 2005 la «crescita economica della Russia non dovrebbe essere inferiore del 5,9 per cento». Non male, anche se nel quinquennio precedente l’aumento era stato in media pari al 7 per cento. Purtroppo gli esperti del Fondo Monetario Internazionale non condividono l’ottimismo del Cremlino: nei prossimi anni la crescita economica segnerà il passo. Inoltre per le autorità russe frenare la corsa dei prezzi sarà un’impresa ardua.
Paradossalmente, alla base del previsto rallentamento, si trova il caro petrolio. Mosca non sa come utilizzare per il bene dell’economia e del popolo russo, il fiume di denaro proveniente dall’export petrolifero. Inoltre tra i fenomeni che rallentano la crescita economica gli esperti dell’Fmi hanno citato la poco chiara situazione politica della Russia, la crisi di Yukos, la condanna di Mikhail Khodorkovskij, le tasse esageratamente alte che deve pagare l’industria del petrolio. «Questi fattori hanno fato abbassare l’afflusso degli investimenti nel settore reale dell’economia, in primo luogo nell’industria energetica», hanno scritto gli esperti dell’Fmi. La produzione del greggio in Russia nel 2005 aumenterà solo del 2,2-2,4 per cento.
Come conseguenza nel 2005 il Pil russo dovrebbe aumentare del 5,5%, mentre l’anno prossimo la crescita potrebbe rallentare ancora, scendendo a quota 5,3 per cento. Nonostante le garanzie del Governo Fradkov, secondo cui il tasso d’inflazione non dovrebbe superare il 10%, per gli analisti dell’Fmi nel 2005 la corsa dei prezzi raggiungerebbe quota del 12,8% per scendere nel 2006 al 10,7 per cento.
Invece continuano a crescere i consumi. L’afflusso dei petrodollari in Russia ha stimolato la crescita degli stipendi e, come conseguenza, il boom dei crediti al consumo.
Secondo la Missione del Fondo monetario in Russia il Cremlino dovrebbe trovare un sistema per utilizzare con maggiore efficienza i redditi, provenienti dall’export petrolifero: «Gli incassi devono essere investiti nel sostegno delle riforme strutturali, che a loro volta porteranno alla crescita del Pil nel periodo a medio termine», ha dichiarato il capo della Rappresentanza dell’Fmi in Russia Paul Thomsen. Allo stesso tempo il boom petrolifero minaccia di far rallentare il trend riformista del Cremlino: «L’esecutivo comincia a dubitare della priorità e dell’importanza delle riforme e nella situazione in cui la disponibilità di denaro è più che abbondante potrebbe rinviare la loro realizzazione a un futuro non meglio precisato», ha sottolineato Thomsen.
In primo luogo il Cremlino dovrebbe avviare la riforma del sistema, estremamente burocratizzato, della pubblica amministrazione e dei monopoli naturali. La burocrazia genera la corruzione: secondo il ministero degli Interni attualmente l’economia sommersa raggiunge il 40% del Pil, mentre il Paese sta diventando un centro mondiale per il riciclaggio del denaro sporco.
Gli esperti dell’Fmi hanno invece approvato la decisione del Governo russo di accumulare una parte dei super redditi ricavati dall’export di idrocarburi in un fondo speciale (il cosiddetto Fondo di stabilizzazione). Questa misura dovrebbe permettere di frenare l’inflazione. Inoltre Mosca vorrebbe proseguire, anche nel 2006, al rimborso anticipato del debito estero ex sovietico alle Nazioni creditrici del Club di Parigi; dopo aver pagato quest’anno circa 15 miliardi di dollari (all’Italia ne sono andati due miliardi), l’anno prossimo la Russia vorrebbe restituire ai creditori sovrani la parte restante, stimata a 20 miliardi di dollari.
Vladimir Sapozhnikov