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Da crisi e scandali l'Italia può risalire

04 gen 06

Crescita, imprese in prima linea

di Luca Cordero di Montezemolo*

 

Sta finendo un altro anno di crescita zero, di perdita di competitività, di difficile controllo dei conti pubblici, di scandali finanziari.

So bene che questa fotografia non fa giustizia di un Paese di 57 milioni di cittadini che, pur nelle difficoltà, si ingegnano a trovare la loro via di uscita e le loro soddisfazioni. So, ancor di più, che il mondo delle imprese non è fermo, come testimoniano alcuni indicatori congiunturali, ultimo il miglior clima di fiducia. L'impresa italiana investe, è protagonista di un profondo processo di trasformazione e di una dura selezione che appartiene alle logiche del mercato che abbiamo scelto di accettare. La crescita zero è la risultante aritmetica di due grandi fenomeni: da un lato quelle imprese — non tutte, ma sono la maggioranza— che, con sforzi straordinari, riescono a progredire, a innovare, a consolidare o a espandere le loro quote di mercato; dall'altro la mancanza di coraggio di un sistema di corporazioni che resiste ai cambiamenti, alle flessibilità, alla competizione, alle liberalizzazioni di cui abbiamo bisogno. È il risultato dello scontro tra le forze della crescita e quelle del declino.

Noi non abbiamo paura del futuro: sappiamo che vedrà ancora l'industria italiana leader in molti settori di punta. Nella meccanica, per fare un solo primo esempio, dove stiamo ottenendo lusinghieri risultati nelle macchine utensili, nella componentistica, nelle fabbricazioni a misura, dove più forte è il contenuto di ingegneria, di servizio e di tecnologia, e dove quindi è più arduo imitarci.

E ancora: nella moda di alta gamma, nell'arredamento e in genere in tutto quello che è stile di vita. Ma siamo presenti con aziende forti nel loro segmento di mercato anche in comparti della chimica, della cosmetica, dell'alimentare, nei servizi e potrei continuare.

L'industria italiana non si è fermata ad aspettare che altri risolvessero i suoi problemi, così come non si sono fermate molte aziende agricole e quelle dei servizi che percorrono vie innovative come ad esempio la ricerca applicata o le telecomunicazioni impegnate in grandi programmi di investimento. O quelle parti delle istituzioni e del Paese che trovano, nel compiere il proprio dovere, motivi di orgoglio e un rinnovato spirito di appartenenza. Ma ciò non è bastato. La crescita zero e l'emergere di nuovi e impressionanti scandali nel mondo finanziario stanno a indicare che non tutti hanno fatto il loro dovere. Segnalano che la selezione naturale delle imprese è un evento necessario, ma non sufficiente. Mostrano che poco si è fatto per migliorare la competitività del sistema economico.

Le nostre imprese sopportano carichi fiscali e contributivi che non hanno uguale in Europa e sono frenate da una burocrazia soffocante. Indicano che nel nostro sistema, purtroppo, sono stati ridotti quegli anticorpi che normalmente, nelle democrazie economiche più evolute, espellono rapidamente chi corrompe, imbroglia e traffica tra politica, istituzioni ed economia.
Dobbiamo reagire.

A maggio ho denunciato l'emergere di uno scandalo finanziario che già si intuiva di rilevanti dimensioni, attorno al tentativo di scalata di Rcs e alle Opa su due banche italiane lanciate da grandi istituti esteri e contrastate con una ragnatela di azioni illegittime, messe in essere con la complicità di improvvisati operatori immobiliari balzati agli onori delle cronache, e viste benevolmente da parte della Banca d'Italia. La situazione appariva evidente, con intrecci e connivenze politiche. E già questo giornale, facendo il suo dovere, aveva per primo denunciato chiaramente ciò che stava avvenendo con editoriali e inchieste. Ma non è bastato, come non è stato sufficiente l'intervento, pur tempestivo, della Consob.

C'è voluta, purtroppo, la discutibile ma in qualche modo provvidenziale diffusione di intercettazioni telefoniche di contenuto scandaloso. L'azione della magistratura, che ha operato quando i meccanismi di autoregolazione dei mercati sono venuti meno, ha fatto emergere operazioni in contrasto con la legge che punisce le manipolazioni di mercato. Siamo arrivati a conoscere veri e propri crimini di spoliazione di conti correnti ai danni di ignari cittadini, di arricchimenti personali iperbolici. Abbiamo visto delinearsi una rete di protezione politica istituzionale fatta di troppe connivenze e di troppi interessi inconfessabili.

Siamo dovuti arrivare, dopo mesi, alle dimissioni forzate del Governatore della Banca d'Italia, al discredito mondiale del nostro Paese. E troppo tardivo è stato l'intervento di importanti aree politiche di entrambi gli schieramenti. Una legge a tutela del risparmio, dopo due anni di discussioni, viene finalmente approvata con una condivisibile riforma della Banca d'Italia, ma non senza difetti e contraddizioni per altri suoi capitoli importanti. Spero che la nomina del nuovo governatore sia sottratta a veti e controveti politici.
E soprattutto che si decida in fretta, per evitare di aggiungere altri danni alla nostra credibilità sui mercati internazionali. In generale sentiamo un forte bisogno di persone per bene, di gente che faccia bene il proprio mestiere e che sia pronta, in ogni momento, a rispondere di quello che fa e di come lo fa.

Purtroppo mancano etica e senso dello Stato. Da troppi anni i furbi che hanno evaso le leggi, che non hanno pagato le tasse, che hanno costruito senza autorizzazioni, che hanno falsificato i bilanci, vengono condonati e premiati, mentre chi lavora, chi produce, chi cerca di esportare, è visto come un peso da sopportare o come qualcosa da spremere. C'è una distanza che si allarga tra Paese che lavora e gente che specula e traffica. E una grande distanza si avverte anche nei dibattiti della politica, oggi più che mai lontani dai problemi veri rappresentati dall'economia e dalle preoccupazioni dei cittadini.

Servono più mercato e più concorrenza, a partire dai servizi in particolare quelli oggi occupati, senza vere ragioni, dalla mano pubblica. Questo significa più trasparenza, rispetto delle regole e meritocrazia per premiare i migliori e così rendere migliore il Paese. Non abbiamo bisogno di nuovi poteri forti che " disegnino" il nostro futuro, nè siamo nostalgici di salotti buoni che oggi, tra l'altro, rischierebbero solo di accreditare improbabili parvenus. Non vogliamo politiche di disavanzo pubblico che, da troppi anni, sconquassano i conti dello Stato senza generare alcuna crescita economica. Bastano il mercato e una Pubblica amministrazione efficiente. In marzo chiameremo tutti a discutere le nostre proposte per introdurre maggiori dosi di concorrenza, perché vogliamo un Paese che funzioni.

Abbiamo bisogno di governabilità, cioè della capacità di un sistema di funzionare, di decidere, di scegliere cosa è necessario cambiare prima che la globalizzazione, l'Europa, i mercati decidano per noi e contro di noi. Una capacità di governo che non significa solo durare il più a lungo possibile ma decidere coinvolgendo la più vasta area della popolazione su problemi di interesse collettivo e non particolari.

Purtroppo non vediamo ancora emergere questa capacità di governo e temiamo che chiunque vincerà le elezioni avrà enormi difficoltà a governare davvero. Entrambi gli schieramenti hanno bisogno di più coesione politica e di più cultura di mercato per varare quelle riforme strutturali che sono oggi inderogabili. Penso al grande valore della semplificazione, di cui abbiamo bisogno a ogni livello: da quello istituzionale a quello burocratico. Penso ai costi della politica che vanno ridotti e, soprattutto, a un'invadenza ormai intollerabile del pubblico in economia che va decisamente contrastata. Va interrotto il circuito per cui si tende a governare poco e ad amministrare molto, riducendo ogni giorno gli spazi per la libera intrapresa.

Dobbiamo poter riformare il Paese senza ritardarne la corsa. Quello che ci serve è un " pit stop" eccezionale con cui rettificare la macchina del Paese Italia perché possa competere nel circuito mondiale. Una sorta di Costituente che guardi ai meccanismi istituzionali ma anche all'economia e alla società. Questo è quanto ci serve per vincere e sappiamo che siamo ancora in grado di farlo. Alle prossime elezioni spetterà a noi cittadini scegliere i migliori, i più onesti, i più competenti. Pur nelle maglie di un sistema elettorale che desta perplessità perché rischia di rendere ancora più difficile quella governabilità di cui abbiamo bisogno, dobbiamo far sentire la nostra determinazione a reagire, a ricostruire il Paese.

Non ci spaventa il fatto che la Cina ci abbia superato come volume di reddito e che tra poco sorpasserà anche Francia e Regno Unito: è un bene che un grande mercato cresca e assuma un ruolo rilevante nell'economia mondiale. Ma a condizione che vi siano regole chiare, uguali per tutti, e che si abbia la capacità di farle rispettare sotto ogni latitudine, non solo in Europa.

A queste condizioni potrà esserci più spazio anche per noi. E noi sapremo occupare quello spazio, perché abbiamo imprese eccellenti, persone coraggiose, una cultura solida e affermata.

Come imprenditori ci impegniamo in questa sfida, sicuri che singolarmente avremo successo. Ma vogliamo anche vincere come Paese e per questo chiediamo a tutti uno scatto di orgoglio e un impegno straordinario. Il Paese non merita l'immagine che scaturisce da quest'ultima ondata di scandali finanziari. Questo è l'augurio che faccio a tutti, imprese e lavoratori, cittadini e istituzioni, perché l'anno che si apre ci veda nuovamente sulla via della risalita.

 

* presidente di Confindustria