È iniziato in agosto l’autunno caldo dell’economia russa

Per la prima volta è stato elaborato un budget triennale (2009-2001) – La crisi del Caucaso farà aumentare la spesa pubblica, probabilmente anche quella per la difesa – Problemi per le società russe che non riescono ad accedere alle fonti di finanziamenti all’estero – Pesanti conseguenze del conflitto per il mercato finanziario ma il Governo Putin invita a “non drammatizzare”

Per l’economia russa si prospetta un autunno molto caldo: le conseguenze della crisi finanziaria globale, le ripercussioni del conflitto armato con la Georgia per l’Ossezia del Sud, la diminuzione dei prezzi dell’energia (la principale fonte di guadagni per la Russia)  sono fattori che metteranno l’economia, il sistema finanziario e le singole aziende del Paese in una situazione molto difficile. In seguito a una drastica riduzione delle possibilità per le società russe di accedere alle risorse finanziarie all’estero è schizzata alle stelle la domanda di crediti a breve termine concessi dal ministero delle Finanze e dalla Banca Centrale, che da parte sua non ha potuto frenare la corsa dei prezzi. Secondo molti analisti russi e internazionali l’economia della Russia starebbe lanciando dei segnali piuttosto evidenti di surriscaldamento.
I numeri dell'economiaUn disegno di legge finanziaria triennale, che il Governo Putin ha trasferito per l’approvazione alla Duma di Stato (la Camera bassa del Parlamento russo), prevede un notevole aumento della spesa pubblica, che non potrà che aumentare ulteriormente dopo il riconoscimento dell’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud da parte della Russia. Gli esperti sostengono che  il dibattito tra il potere legislativo e quello esecutivo sul budget russo potrebbe trasformarsi in una ‘maratona’: Mosca ha già stanziato 10,5 miliardi di rubli (in conto del bilancio pubblico del 2009) per liquidare le conseguenze del conflitto armato in Ossezia del Sud. Per aiutare i profughi sono già stati erogati  500 milioni. Come ha spiegato il ministro delle Finanze, Aleksej Kudrin, 10 miliardi di rubli saranno investiti soltanto durante la prima tappa di ricostruzione dell’infrastruttura dell’Ossezia del Sud, ma è ancora troppo presto per indicare una cifra definitiva. Non è da escludere che la guerra nel Caucaso faccia lievitare anche le spese russe per la difesa.
Ma anche senza queste spese urgenti e straordinarie il progetto di budget triennale (2009-2011) prevede un consistente aumento - di 1.324 miliardi di rubli (circa 54 miliardi di dollari) - del capitolo spese, che in primo luogo andranno in vari programmi di carattere sociale. Per sovvenzionare le pensioni, che per la prima volta nel 2009 saliranno al livello minimo di sussistenza, nel periodo 2009-2011 saranno spesi 360 miliardi di rubli. Aumenteranno del 20% le spese per la cultura. Cresceranno i finanziamenti destinati all’assistenza medica, all’istruzione pubblica.
Per cercare le fonti di questi e di molti altri finanziamenti, il Governo ha protestato contro la riduzione dell’Iva che dovrebbe scendere dall’attuale livello medio del 18% al 12-13 per cento. Gli esperti del Governo hanno puntato sul fatto che la riduzione dell’Iva costringerà lo Stato ad aumentare alcune altre tasse.  Il principale peso del provvedimento cadrà sui contribuenti privati.
E questo perché il disegno di Legge finanziaria triennale prevede non soltanto e non tanto la compilazione di un budget “realistico”, bensì l’elaborazione di un piano per il passaggio dell’economia russa a una crescita qualitativa, basato sullo sviluppo delle tecnologie e dei settori innovativi, e per arrivare a un sistema di pensioni e di salari in grado di far fronte all’inflazione galoppante.
D’alta parte il Cremlino dovrà riconsiderare molti aspetti del programma economico alla luce del conflitto nel Caucaso e a un drammatico peggioramento delle relazioni con gli Stati Uniti, con l’Unione europea e con molti altri Paesi.
Le prime due settimane del conflitto in Giorgia hanno mandato in tilt l’economia russa. Le Borse russe erano in caduta libera, il rublo si è svalutato nei confronti del dollaro e dell’euro, i capitali stranieri sono “fuggiti” dal Paese. Sono state queste le prime conseguenze, ma le ricadute di più lungo periodo rischiano di essere ancora più disastrose. «Ci vorrà tempo per capire le proporzioni della crisi», ha dichiarato ieri a Mosca Aleksej Novikov, capo della rappresentanza russa dell’agenzia internazionale Standard & Poor’s, secondo cui gli analisti potrebbero rivedere al ribasso il rating creditizio della Russia. «I mercati finanziari sono estremamente sensibili a conflitti che promettono di essere di lunga durata», ha sottolineato Novikov.
Le Borse di Mosca hanno reagito molto male al riconoscimento dell’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, decisa dal Parlamento russo. Gli indici Rts e Micex sono scesi del 6%, ritornando ai livelli di due anni fa. Il discorso televisivo del presidente russo, Dmitrij Medvedev, che ieri ha annunciato il riconoscimento formale delle due repubbliche secessioniste georgiane da parte della Russia, ha peggiorato, di molto la situazione: in pochi secondi, infatti, l’indice Micex ha perso un ulteriore 2% mentre quello Rts ha lasciato sul terreno l’1,4 per cento. È andata meglio al rublo, ma solo perché le contrattazioni sul dollaro e sull’euro sono state chiuse prima del discorso di Medvedev. La divisa russa ha perso ‘soltanto 14,14 copechi contro quella americana, e 8,05 copechi contro quella europea. Ma per oggi è attesa una forte pressione sul rublo. Durante e dopo la crisi, innescata dai mutui subprime degli Stati Uniti, Mosca aveva invitato gli investitori internazionali a entrare sui mercati finanziari russi, presentando il Paese come un approdo sicuro, ideale rifugio in attesa di tempi migliori. Nel 2007 la Russia ha, così, raccolto 80 miliardi di dollari di investimenti esteri, mentre nei primi sette mesi del 2008 ne sono arrivati un’altra trentina. La guerra in Ossezia del Sud ha fatto segnare una netta, repentina inversione di tendenza: nei primi sette giorni di conflitto sono usciti dal Paese almeno 12 miliardi di dollari; le riserve aurifere e valutarie internazionali della Banca centrale russa sono diminuite di 16,4 miliardi di dollari, scendendo a 581,1 miliardi. Quest’ultimo dato ha un solo lontano precedente: il giugno 2006 quando Mosca pagò gran parte del suo debito con il Club di Parigi.
Mentre il Cremlino ha dichiarato di non temere  una nuova Guerra fredda e neppure il minacciato isolamento internazionale, gli analisti sono molto più cauti. Non basta neppure la strabiliante crescita del Pil nel periodo gennaio-luglio (7,9%) a rassicurare gli operatori finanziari internazionali.
La rottura con la Nato, le minacce del Cremlino di sospendere il processo di adesione della Russia all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), il ripristino di vecchie alleanze e la costruzione di nuove con Paesi come Siria e Venezuela sono considerati, da molti osservatori, autentiche minacce all’intero sistema di relazioni economiche e commerciali costruito in questi anni dalla Russia. In queste circostante i rappresentanti del grande business si preparano ad assumere un ruolo di primaria importanza per ridurre il più possibile le conseguenze negative che le tensioni politiche potranno avere sui maggiori progetti economici.
Un contesto che coinvolge anche l’Italia, molto impegnata sui programmi energetici in Russia. A questo proposito,  l’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, ha precisato che il rapporto fra la società italiana e il colosso statale russo Gazprom «non è intaccato» dalla recente crisi tra Usa e Russia. «Francamente - ha detto Scaroni non mi aspetto nessun impatto». I due big dell’industria gaspetrolifera stanno realizzando alcuni progetti congiunti, che vanno dalla produzione di idrocarburi in Russia, ai reciproci interessi finanziari (il gruppo di San Donato controlla il 20% di Gazpromneft, il «braccio» petrolifero di Gazprom) e alla costruzione del gasdotto South Stream da 20 miliardi di dollari. «Eni ha un rapporto con Gazprom da 50 anni e ha vissuto le crisi internazionali mantenendo eccellenti relazioni - ha sottolineato Scaroni - le forniture non ci sono mai state ridotte o tagliate e anche questa guerra ‘freddina’ non dovrebbe in alcun modo influenzare i nostri rapporti».

 


Notiziario dai mercati Csi – Il Sole 24 Ore